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Politica del gelato

In questo periodo va di moda il cubetto di ghiaccio e il gelato. Nella vita normale un buon gelato aiuta a sopportare il caldo, i cubetti di ghiaccio li vedo bene in un tè freddo o in un aperitivo. Ma sono stati usati per fare pubblicità a una malattia terribile, la SLA, e il gelato per rispondere all’ironia di un settimanale americano sul “nostro” Renzi.
Nel caso della SLA si è parlato molto della malattia, ma le donazioni sono state poche. Forse il cubetto ha raffreddato la generosità! Sicuramente ha solleticato il narcisismo spinto di tutti coloro che hanno partecipato. Ma le donazioni languono.
Poi il gelato di Renzi. La comunicazione al potere, in modo così smaccato che ormai non sa nemmeno più che raccontarsi. Sul primo ministro Renzi si potranno fare trattati relativi alla disinvoltura nel cambiare idea, ammesso che sia veramente idea, fino al negare quanto detto poco prima.
Avrei da raccontare sull’atteggiamento in relazione ai famosi Q96 da parte di politici, deputati e parlamento intero, quasi sit comedy delle peggiori seguita dalla pochezza del giornalismo italico. Notizie che si sono strascinate da una fonte all’altra in un tripudio di niente, nessuna ricerca personale e precisa sulle situazioni.
E lui in cima. Parla a spot, secondo slayde che altri hanno elaborato. Rimangiandosi quanto affermato prima. Un esempio: vi stupiremo sulla scuola il 29 agosto, nel CdM.
Il 29 agosto non c’è possibilità di parlare della scuola nel Cdm! Si rimanda ad altri tempi.
Bene, Io ho sempre temuto l’aiuto dei boy scout per attraversare la strada.Funziona se conosce il codice della strada, Ma se passa con il rosso? Ebbene noi stiamo passando con il rosso, tutti dietro. E ci sta venendo addosso un tir di cose non fatte e di crisi. Meglio attraversare da soli! E senza gelato!

LIM ( lavagne interattive multimediali) in classe e altri progetti? Forse è meglio di no.

Ho letto un articolo che mi piace molto e anziché fare il link lo copio pari pari e lo approvo in pieno. Solo dagli insegnanti possono nascere osservazioni interessati, specialmente se amano il loro lavoro.

Appello perché bimbi e bimbe fino a 8 anni
siano liberi da schermi e computer nella scuola

di FRANCO LORENZONI, maestro elementare

Il Ministero dell’Istruzione progetta di portare in sempre più aule le LIM (Lavagne Interattive Multimediali), cioè schermi giganti collegati a un pc, in un momento in cui le classi si affollano sempre più di bambini – fino a 30 e 31 – e quando è assente un insegnante spesso si accorpano e il numero cresce. A partire dal prossimo anno, inoltre, i libri di testo cartacei saranno progressivamente sostituiti con supporti informatici da leggere su tablet.
Tutto ciò avviene in un contesto in cui, con la diffusione di I-phone e cellullari dell’ultima generazione, genitori ed adulti sono ovunque e sempre potenzialmente collegati alla rete, dunque sconnessi o connessi solo a intermittenza con i bambini che hanno vicino.
Ben prima del diluvio tecnologico, dilagato in ogni casa e ogni tempo, bambine e bambini si sono trovati a fare i conti con adulti distratti. Ciò che sta cambiando radicalmente e rapidamente è che ora, nel reagire alle consuete distrazioni adulte, bambini anche molto piccoli trovano facilmente anche loro attrazioni altrettanto potenti.

Le industrie, per vendere, escogitano marchingegni sempre più attraenti, maneggevoli e sofisticati, rivolti a bambini sempre più piccoli. Ai genitori, spesso immersi anche loro nel grande gioco virtuale onnipresente, molte volte fa comodo che un figlio abbia a disposizione un gioco elettronico o un cellulare, perché diventa muto e trasparente e può restare interi pomeriggi tranquillo, perché completamente immerso in uno schermo interattivo.
Il risultato è che i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura. Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti. L’attaccamento a schermi grandi e piccoli ha tutte le caratteristiche di una droga, perché ormai nessuno può più nutrire dubbi sulla dipendenza che crea.
La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.

Faccio una proposta e un appello: liberiamo bambine e bambini, dai 3 agli 8 anni, dalla presenza di schermi e computer, almeno nella scuola. Fermiamoci finché siamo in tempo! La Scuola dell’Infanzia e i primi due anni della Scuola Primaria devono essere luoghi liberi da schermi.
Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli. L’uso di computer e supporti informatici va introdotto, con gradualità e cautela, solo dopo gli 8 anni. L’ingresso nel mondo e il primo incontro con le conoscenze è cosa così delicata da meritare la massima cura e un’aula dotata di un grande schermo cambia la disposizione dello spazio e della mente.
Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.

I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà. Ma i bambini hanno un disperato bisogno di adulti che sappiano attendere e accogliere le parole e i pensieri che affiorano, che siano capaci di ascoltarli e guardarli negli occhi. Hanno bisogno di tempi lunghi, di muovere il corpo e muovere la testa, di dipingere e usare la creta; devono poter essere condotti ad entrare lentamente in un libro sfogliandolo, guardando le figure e ascoltando la voce viva di qualcuno che lo legga. E cominciare a scrivere e a contare usando matite, pennelli e pennarelli, manipolando e costruendo oggetti per contare, costruire figure ed indagare il mondo. Hanno bisogno di guardare fuori dalla finestra il sole che indica il tempo e i colori della luce che cambiano col passare delle nuvole. Hanno bisogno di scontrarsi e incontrarsi tra loro in quel corpo a corpo con le cose e con gli altri, così necessario per capire se stessi. Tutto questo davanti a uno schermo NON SI PUO’ FARE!
Scuole dell’Infanzia e Scuole Primarie in questi anni sono state uno dei pochi luoghi pubblici in cui gli immigrati hanno trovato in molti casi spazio e accoglienza. La scuola italiana è tra le poche in Europa che cerca di integrare i disabili. La convivenza non è un insegnamento, ma una pratica difficile e quotidiana, che richiede spazi, tempi e strumenti adatti. Se una generazione di giovani insegnanti entreranno in scuole dotate di LIM e tablet inevitabilmente, inesorabilmente, si troveranno a fare cose che fanno male ai bambini, dimenticando ciò che è essenziale, semplice e difficile a farsi.
I neonati nel nuovo millennio li si usa chiamare nativi digitali. La sorte dei nativi, in molti continenti, è stata segnata da colonizzazioni violente e distruttive, giustificate in nome della civiltà e del progresso. Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile.

ciarpame e vecchi merletti

Metti una casa da svuotare, metti la mania di tenere molti oggetti, metti una passione profonda per la lettura, metti la passione per la scrittura. Metti tutto negli scatoloni. Metti che pesano, metti che sono troppi, metti che ” dove ci sta un corpo non ce ne sta un altro”.  Metti che trovi piccoli oggetti dimenticati e cerchi di ricordare da dove vengono. Invano. Metti che alla fine poi non te ne importa molto, il passato è andato, resta il presente e il futuro.  Metti che in fondo sei contenta di un bel ripulisti, di trovare l’essenziale. Le 100 cose indispensabili per vivere. Non le scarpe con le ciliegie e una punta a stiletto, né un servizio di piatti da Arrosto stile casa di campagna, né  un cappello stile anni 70 di velluto beige.  O i vecchi merletti raccolti nella scatola Ikea con l’intenzione di trasformarli in un qualche non ricordo bene che cosa!

Ma quali sono le 100 cose indispensabili per vivere?

Bisogna fare una lista personale,  perché ogni persona ha le sue, escludendo gli oggetti di casa, tipo pentole, ecc.

Ci proverò, ma ho dei dubbi!

Leggere un articolo che tratta di quesito argomento può essere interessante.

 

Lezioni di musica (racconto)

Per qualche tempo, anni fa ho scritto racconti che poi sono stati pubblicato in blog amici. Con 5000 battute e idee varie sul tema. Pubblico un ricordo di scuola, che ancora mi fa sorridere.

 

Un convento, l’istituto magistrale aveva sede in un convento e come tutti i conventi aveva il chiostro. Bello, grande, con i capitelli, il pozzo e la Presidenza.

E in fondo l’aula della classe terza E.

La sezione E notoriamente era la sezione dove i professori cambiavano spessissimo, anche i supplenti, che pure avevano bisogno di  lavorare. A causa della vivacità di noi studenti avevano trovato un’aula apposita, per permettere al Preside o al Segretario di intervenire prontamente, quando anche Otello, il bidello grande come un armadio, non riusciva a calmare gli animi.

Quella mattina attraversai di corsa il lunghissimo corridoio e mi affacciai sul chiostro ansimante, come sempre all’ultimo secondo, ma avevo ancora qualche speranza di non entrare nel “Purgatorio” l’aula dei ritardatari.

La porta della sezione E era aperta, la lezione di musica non era ancora iniziata.

Il mio posto era l’ultimo della prima fila. Il muro era il cuscino dove appoggiavo la testa nei momenti più noiosi delle lezioni. Non dormivo veramente, mi allontanavo dalla situazione e fantasticavo.

Il freddo era così pungente che decisi di tenermi la sciarpa. Mi accomodai e controllai la presenza dei compagni. I cinque maschi erano allegri come sempre, le compagne chiacchieravano esponendo con orgoglio il diario zeppo di fotografie e scritte dedicate ai cantanti preferiti.I compagni non li guardavamo nemmeno, imberbi e brufolosi, con la voce ancora chioccia.  Si aspettava la supplente di musica, la quarta dall’inizio dell’anno.

Don Martini, la settimana precedente, prima della lezione di Religione, aveva detto:

“Ragazzi, ma che fate ai professori di musica che si ammalano tutti?”

Non si faceva niente, nel senso più stretto della parola.

Entrò  una giovane donna avvolta in un cappotto marrone, alcuni libri di musica in mano fra cui il libro di testo e la borsetta  a tracolla. Era piccola, minuta e quando Orsini, con i suoi due metri si alzò per l’appello sembrò più piccola ancora.

“Qui ci sono dei maschi?” disse sorridendo benevolmente ”In un istituto di sole donne siete in minoranza!”

Ecco, se c’era una cosa che i maschi dell’Albini non sopportavano era rimarcare la loro presenza in un istituto femminile. Relegati nella sezione A ed E erano una ventina in tutto, molto suscettibili e vendicativi e idolatrati dalle compagne degli altri piani, dove di maschi c’era solo il prof Pini e Otello, il bidello.

Alcuni ragazzi avevano frequentato tutte le scuole della città, altri erano militari di una caserma  che raccoglieva atleti in odore di Olimpiadi. Orsini era uno specialista di salto in lungo e spesso non faceva i compiti perché si allenava, Leoni invece aveva messo insieme tre bocciature fra liceo e tecnico.   Erano ragazzi già adulti, abituati a vivere la loro vita, con l’obbligo di  prendere un diploma.

Alle parole della prof osservai i loro visi che, dopo un attimo di perplessità, s’illuminarono. Vendetta.  Con un gioco di sguardi si cominciò la battaglia contro la malcapitata, ignara di quello che sarebbe accaduto.

La professoressa  aprì il libro di musica e ci chiese di  fare altrettanto. La pagina  richiesta  era fitta di  righi e note musicali, alfabeto sconosciuto ai più della classe. Lei, visibilmente colpita dal silenzio che ne seguì, pensò di farci cantare il brano musicale. Alla sua voce lieve e intonata, si unirono altre voci profonde, da baritono, mentre ad un cenno di Orsini cominciammo a spostare in avanti i banchi, e le sedie, silenziosamente, centimetro per centimetro.

Restavo muta per il mal di gola incipiente mentre i compagni snocciolavano tutto il repertorio delle canzoni più conosciute, ma evidentemente non scritte sul nostro libro. Dopo un accenno a  “Dio è morto”, subito zittito dalla sempre più spaventata professoressa, iniziarono i mazzolini di fiori e quanto di più popolare poteva uscire dalle nostre gole. Anche io spingevo lentamente la sedia e il banco in avanti, finché non mi trovai incastrata fra Donatella e Luciano, che cantavano a squarciagola “Fra martino campanaro”. La cattedra, sopraelevata dalla predella appariva una zattera in mezzo al mare di banchi sempre più vicini e minacciosi. Al canto di Santa Lucia non restava alcun passaggio libero per arrivare alla porta. La professoressa spaventatissima cominciò a urlare con quanto fiato aveva in gola, ordinandoci di tornare a posto. Inutilmente.

Richiamati dalle urla Il Preside e il segretario cercarono di aprire la porta bloccata dai banchi… Il segretario strillò ad Orsini di aprire la finestra, di smetterla con quella farsa. Dopo qualche strascico di risata e qualche accenno  a “ Fratelli d’Italia” i banchi tornarono al loro posto.

Naturalmente Donatella disse di essere stata costretta a partecipare, iscrivendosi  volontariamente nella lista delle prossime vendette.

Ridendo a più non posso ed evitando di guardare la malcapitata che appena possibile uscì di corsa, anche se mancava ancora mezz’ora alla fine della lezione, rimisi a posto il mio banco.

Il Preside si sedette alla cattedra e cominciò a parlare di Catullo. Chiusi gli occhi e sognai una bella manifestazione con il biondino del Tanari.

Fui punita, come tutti, una settimana senza ricreazione in cortile, solo in classe, mentre i compagni giocavano a briscola e le mie amiche si truccavano raccontando di qualche spasimante della quarta.

Fino a gennaio non si presentò nessuno, poi finalmente venne un trombettista,  ci portò  in palestra  dove immediatamente i maschi ruppero un vetro giocando a basket. Io restai seduta a farmi le unghie e a spettegolare con le   smorfiose di quarta.

I divieti dei legisti: vietato respirare

Sembra una barzelletta o una storia morale di qualche filosofo antico. Tutto inizia con la Lega che sale al Potere e impone al popolino che lo ha votato la sua ideologia, anche a chi  non li ha votati. Perciò si inizia con i giochi della Padania, ruzzola, gara dei trattori, corsa con la moglie in spalla e amenità del genere. Chi abita lassù sulle montagne ha diritto a divertirsi, ma a chi abita in città fa meno effetto seguire una gara di formaggi rotolanti giù per una discesa. Ma qui siamo ancora al goliardico. Forti della loro presenza i sindaci leghisti iniziano quella che potremmo chiamare epurazione culturale di tutto ciò che è vissuto a sud degli Appennini. Intanto il Sole, il loro simbolo viene inserito in ogni contesto possibile, anche dove è proibito inserire simboli( tranne che per il crocifisso, che per non saper né leggere né scrivere i giudici hanno definito simbolo culturale e non religioso).

A scuola non si può, allora dopo essere stati messi, spendendo una bella somma delle entrate municipali, li hanno dovuti togliere ( spero) ma allora si sono rifatti sui bambini che hanno i genitori distratti : chi non paga la retta non mangia. Poi sono arrivati i divieti del buon vivere. Ecco che fanno a gara, questi sindaci legisti, per vietare il più possibile: vietato stendere il bucato sui fili fuori dalla finestra, vietato sedersi in tre sulla panchina, vietato valicare il muro che divide i padani dagli extracomunitari, mentre lo spaccio continua, vietato aprire localo esotici , stranieri perché fanno puzza, ma lasciare funzionare il Mac’Donalds e affini perché  porta soldi ma puzza ancor di più. Vietato le gonne corte, i veli, le gonne troppo lunghe, annaffiare i fiori ( questa è l’unica che va bene, manca l’acqua e si comincia a usare le botti) vietato cantare per strada, passeggiare a gruppi di quattro, mangiare soia, sesamo e verdure troppo esotiche. Meglio il cavolo con due salsiccette o una bella zuppa di zampetti di maiale. Sono più locali e più gustosi, dice l’assessore alla salute della Lombardia.  Anche fare i concerti è vietato, ma questo accade nella sinistra Bologna, dove la tradizione del concerto del 14 agosto è stata annullata dal Tar a causa dei reclami dei residenti.  Certamente i promotori di questa battaglia sono legisti.

I divieti sono diventati troppi, in nome della decenza e della convivenza. Tutti chiusi in casa, a raffreddarsi con i condizionatori, a guardare repliche della tv, poi tutti al mare chiusi dentro autostrade infuocate per stendersi alo sole in mezzo a un carnaio irrespirabile. E d’inverno tutti allo stadio o nei centri commerciali  alla domenica comperare oggetti di legno artigianali, fatti in Cina, ma questo non è vietato. A caval Donato, non si guarda in bocca, se porta soldi.

La buona educazione si insegna da piccoli a casa e a scuola, ma se vediamo i risultati di questo lavoro sui figli di Bossi penso che è meglio ricominciare tutto da capo. L’esempio si impara a casa, vedi un po’!

Al fondo di tutti questi divieti che cosa c’è ? Il desiderio di preservare l’identità padana, che non esiste e gli interessi degli imprenditori locali, e i voti dei propri elettori, che sono  stati così entusiasti della  attività della Lega da essere fuggiti in massa. Ma i divieti se li tengono lo stesso!

 

Una coroncina di alloro.

Oggi farò una corona di alloro per una laurea. Domani si discute a Ferrara la storia degli Ainu, antico popolo giapponese e ci sarà una laureata in più. Dottoressa. Come mi suona strano, io che non do importanza ai titoli. Perché ne parlo? Perché ci sono sacrifici che alla fine vengono ripagati con soddisfazione e persone apparentemente fragili che sono d’acciaio. C’è stato anche un diploma di scuola superiore, che sarà festeggiato insieme alla laurea Due donne forti, determinate, sicure di quello che stanno facendo e che hanno vissuto  anni di grandi sacrifici, domeniche trascorse a studiare, sveglie all’alba e dopo al lavoro. Perché non l’hanno fatto al loro tempo? Perché a volte la scuola e i professori mandano messaggi negativi e svalutano le persone fino a convincerle che non valgono niente. Ci pensa poi la vita  a mettere in chiaro la personalità. la cultura e la volontà delle persone e non è detto che chi è bravo, bravissimo fra i banchi sia un vincente nella vita.

E quindi domani si festeggiano due donne mai state bamboccione e mai mantenute dalle famiglie. Auguri a tutte e due : una si chiama Principessa, l’altra ama suonare la batteria!

 

Parmigiano Reggiano ( racconto breve)

Da piccola Annalisa aveva una bambola con un occhio guercio, che la guardava in modo assimetrico e distante. Ma Annalisa l’amava molto e ne aveva cura. Sulla scala interna della casa, quella con il muro in fondo, per non disturbare il generale e la sua famiglia, Annalisa aveva creato una bella cucina: pentolini di rame, piattini , tazzine rotte da caffè e una bella scatola di pappa. Un giorno decide di preparare una pappa deliziosa alla sua bambola e, dopo aver a lungo pensato seduta sul dondolo in giardino, si è messa a cercare fra le erbe . Strappa foglie di menta profumate di freschezza, toglie i petali alle margherite giganti una ad una, infine afferra le rose screziate e tira, mescolando il tutto nella cesta. Le mani assorbono i profumi e Annalisa, saltellando, porta il suo raccolto alla bambola Gianna. Mescola con  il detersivo, un cucchiaino di caffè, che aveva rubato in cucina e con un goccio d’acqua e la pappa è pronta. Seduta sui gradini canta una nenia mentre finge di imboccare la bambola guercia che pare gradire.  Un giorno, stanca della bambola che non dice mai niente, afferra un libro, e seduta sul dondolo, inizia prima a guardare la figura di un buffo gatto gli stivali e un cappello con un lungo piumaggio, poi  con fatica  scandisce le lettere. E il disegno diventa Il gatto con gli stivali, poi c’é  Biancaneve che la fa piangere, senza la mamma, e Pinocchio , antipatico, non si dicono le bugie. Alla fine del libro ne cerca un altro. Jo le piace molto, non è una piattola come la sua amica Marisa, né noiosa come le gemelle del terzo piano. Sono quattro sorelle sole con la mamma, sempre disgraziate queste persone , ma hanno una bella vita da raccontare, gli incontri, e gli amori. Annalisa arrossisce quando comprende che Jo ama il ricco vicino. L’amore! Per lei é presto, poi ha altro da fare. Gira per la sua stanza studiano la storia di Garibaldi e l’area del cerchio. Dalla sua nuova camera scorge cortiletti piccoli e angusti. Nel suo non si può andare. L’unica vlta che c’era andata quello del primo piano aveva fermato sua madre:

“Come si permette di far stare i bambini in giardino,disturbano nonno Gigi, che sta male.”

Così Annalisa, per ripicca, un giorno accende la radio e cerca della musica mossa, rock, proibita sia da sua nonna che dal vecchio Gigi. Quando la nonna si avvicina abbassa il volume e così non si prende la sgridata. Ma ormai è tesissima: deve fare l’esame di quinta elementare. Brontolando entra nella vasca e fa un lungo bagno, poi sua madre afferra il Phon e liscia i capelli fino a farli brillare. Indossa il grembiule bianco con il grosso fiocco rosa, poi si avvia verso la scuola.  Ha molta paura perché a volte faceva degli errori di ortografia e non era mai stata una bravissima, la cocca della maestra come la Dani, che erano andati a trovarla a casa con i compiti quando si era rotta la gamba. Tutta la classe, come una gita e avevano mangiato dei biscotti buonissimi e del latte caldo, come la merenda della scuola.

E’ promossa. La mamma dopo averla abbracciata le chiede che regalo vuole. Può chiedere quello che le piace, la macchina fotografica, la stilografica, un album per le fotografie, un braccialettino non tanto grande, perchè non ci sono poi tanti soldi.

Annalisa pensa con il viso fra le mani, mentre si immagina a fare fotografie, firmare autografi, stimarsi con la sua amica Marisa facendole provare il braccialettino, poi sorridendo esclama:

“Ho trovato! Un etto di parmigiano reggiano.”  Il regalo più bello della sua vita.

Anche ora possiamo fare un regalo ad Annalisa comperando il parmigiano reggiano del terremoto, per alleviare in qualche modo la sofferenza economica dei terremotati. Buon appetito.

 

 

Riciclando con arte per fare monili

Visto che il nostro futuro è legato strettamente al riciclo ho trovato una serie di immagini su ciò che produce un artista con carta, plastica e altro per fare monili. Ora si chiama arte. Una volta ( il famoso quando io ero giovane!) si insegnava a scuola il riutilizzo di materiali vari, ma non veniva compreso, tranne la cartapesta. Ora si disegna con il mouse e certi programmi di disegno. I corsi di  pittura, cartonaggio , modellaggio ecc si fanno negli atelier pomeridiani, a pagamento! I tempi cambiano, ma a volte non è sempre un bene!

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Succede anche in Grecia

Un mio amico , tornato dalla Grecia pochi giorni fa mi raccontava della disperazione e della preoccupazione dei greci per la crisi. Mancano i libri e tate altre cose, a causa dei debiti  e agli studenti sono stati consegnati dei dvd. Si presuppone che uno possieda un lettore di dvd. Ma se non ci sono soldi non si possono comperare nemmeno i lettori di dvd. Gli studenti, per tutta risposta li hanno portati in piazza e buttati davanti al Palazzo. Mi sembrava una cosa incredibile, un segno di vero declino. Anche da noi succede, solo che i genitori hanno avuto l’invito a pagarsi i libri. Segno che la crisi non è ancora così enorme? Si dice che i giochi della borsa non ci riguardano e che  S&P parla solo agli addetti, ma se la tua banca viene declassata che significa? Che i tuoi soldi non ci sono più? Di certo c’è che  se lo stato fallisce non ci sono più soldi per nessuno a meno che uno non li abbia portati all’estero. Alla fine vincono sempre gli evasori!

Tornando ai libri di testo è incredibile che si continui a smantellare il futuro dell’Italia, la scuola, in modo così esemplare.

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