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Pablo Fuentes da Toledo

Inizio la pubblicazione di un racconto scritto nel 2007. Ho preso spunto da un fatto vero, che in un paese piccolo, anzi in una sua frazione, aveva colpito la fantasia degli abitanti. Poiché è lungo ne pubblico un paio di pagine alla volta.

Finalmente un giorno di sole tiepido, dopo la calura estiva che aveva asciugato il terreno e assetato gli uccelli del parco. Pablo, camminando lentamente, si avvicinò alla fontanella con il borsone in mano assaporando il contatto con l’acqua fresca e la sensazione di benessere che lo prendeva dopo. Si fermò, posò il borsone a terra e lentamente si tolse la maglietta rossa con la scritta sbiadita che inneggiava alla città di Madrid. Sfilò la canottiera e piegò gli abiti con cura. Aprì il rubinetto e si dedicò alla pulizia settimanale del corpo ancora vigoroso.

Oltre agli impiegati che mangiavano il semplice pasto di mezzogiorno seduti sulle panchine o sdraiati nel grande prato si udiva un vociare differente. Fino a pochi giorni prima il parco era più silenzioso, quasi raccolto, ma dalla metà del mese di settembre si  era riempito  di classi vocianti e nugoli di bambini  che correvano spensierati rincorrendosi o dando calci scomposti ad un pallone malconcio. Pablo non lo aveva ancora notato anche perché viveva dall’altra parte del Parco e lì passavano poche persone. Alcuni bambini, a gruppetti, attorno al casolare dove la fontanella permetteva loro di bere osservavano con attenzione. La presenza dello sconosciuto non li infastidiva, anzi commentavano tranquillamente i gesti dell’uomo nudo fino alla cintola, che si faceva la barba guardandosi dentro uno specchietto minuscolo. Sentendosi osservato  Pablo, cercò di sbrigarsi, anche se non gli piaceva interrompere la toilette. Velocemente rasò la rossa barba incolta di cinque giorni, poi si lavò le ascelle e il torace asciugandosi con un asciugamano candido, che strideva con l’abbigliamento stazzonato. Attorno si era formato un piccolo assembramento di bambini curiosi. Andrea andò a chiedere spiegazioni alla maestra, che con apparente distacco seguiva l’inaspettata performance di quello sconosciuto. Pablo si rivestì e sorridendo salutò i bambini allontanandosi a passo veloce: lungo il viale incontrò Gildo, il guardiano del parco, a cui rivolse un cenno con la mano, quasi a volerlo tranquillizzare, stava andandosene! Il sole era allo zenit e illuminava le foglie rigogliose degli alberi maestosi. Dalla fontanella s’intravedeva il via vai delle auto sulla superstrada che univa la città al supermercato costruito nonostante le proteste degli archeologi per qualche sito cancellato dalle ruspe, e degli ambientalisti per le grandi rotonde che avevano distrutto i campi seminati a grano. Anche Pablo a volte faceva una passeggiata fino agli scaffali del fornitissimo supermercato per qualche scatoletta o il sapone da barba.

Pablo non guardava i bambini, era solo irritato dalle attenzioni di quella gente e desiderava tornare alla tenda. Non amava farsi vedere. Frequentava solo Gildo, il guardiano del parco e i suoi amici con cui aveva giocato partite a scala quaranta nelle sere d’estate fino alle ore piccole. ( continua…)

Il Curatore di Anime ( racconto)

Il Curatore di Anime

Anthalos abitava in cima al monte Amiata. Era freddo, il vento tagliava la pelle e lui faceva fatica a camminare nel manto di neve alto e compatto. Nonostante questo Anthalos si trovava bene, riusciva a leggere i suoi libri e durante le notti terse studiava le stelle. Le voci degli uomini risuonavano nella valle e risalivano fino a lui, che le ascoltava. In questo modo conosceva tante storie e si sentiva più vicino agli uomini. Il suo tempo era molto prezioso, era sempre concentrato a cercare le risposte sul destino degli uomini, di notte nel cielo e di giorno nel volo degli uccelli.

Una mattina tornò al paese ed entrò nel negozio della simpatica Ellen per acquistare, come ogni settimana, il pane toscano e i biscotti salati, quelli con i semi di finocchio. Li avrebbe mangiati a piccoli bocconi osservando le stelle.

Ellen quella mattina non era molto allegra perché aveva dei pensieri bui, diceva, e non sapeva come mandarli via. La sua tristezza era dovuta alla partenza del giovane Ettore, andato a cercare fortuna. Quando vide entrare Anthalos corse nel retrobottega per prendere il sacco del pane, cercando di sembrare allegra. Non voleva che l’uomo la vedesse triste, lui che viveva in quella casa fredda e isolata, chissà perché. Sul bordo del sacchetto del pane Anthalos, all’improvviso, scorse una piccola fiammella tremolante e bucherellata. Alquanto perplesso si allontanò in silenzio, dopo i ringraziamenti di rito. Al ritorno camminava assorto osservando la fiammella che continuava a tremolare. Il bosco era buio, perché in inverno il sole c’era per poco, i cinghiali e gli istrici fuggivano, le piante di more erano spoglie e gli alberi restavano in silenzio. Lungo il sentiero non si incontravano né le lucertole né le farfalle, una bella tristezza, con tutto quel bianco della neve e il grigio dei tronchi.

Arrivato alla cascina Anthalos appoggiò i suoi acquisti sul tavolo. Accese il fuoco nel camino, si sedette in attesa che l’acqua per il tè si scaldasse, osservando la fiammella sempre più tremula e sottile. Si sentiva triste osservando la fiammella così tremula e desiderava darle energia.

Ne’ i libri né le stelle seppero indicargli dove trovare il modo per rendere la fiammella più forte. Cominciò, quindi, a parlare con la fiammella e per non dimenticarsi ciò che raccontava, lo scriveva su un quaderno con le righe rosse. La fiammella era sempre più vivace e allegra man mano il quaderno si riempiva di segni. Dopo una notte intera e un quaderno a righe rosse pieno di segni incomprensibili la fiamma era diventata molto forte e rischiarava la baita più del fuoco nel camino. Anthalos, stanco e intontito, si addormentò all’alba con la testa sul quaderno.

Un cinguettio insistente lo destò. L’uomo sollevò il capo e, osservando la stanza, scoprì che la fiammella era scomparsa.

Fece un balzo, si vestì velocemente e ignorando le lamentele del passerotto scese al paese. Si intrufolò quasi di soppiatto nella panetteria aspirando il profumo di pane caldo fino a svenire dalla fame. La dolce Ellen canticchiava una bella canzone mentre serviva i clienti con gioia. Ogni tanto sbirciava una cartolina con scritto TI AMO bene in evidenza vicino alla cassa. Anthalos, sollevato, chiese se aveva una torta di mele e ricevette la torta di mele più morbida della vallata. Tornò fischiettando allegramente dal passerotto che aspettava affamato.

Tempo dopo Anthalos gironzolava per il mercato del paese curiosando fra le varie bancarelle.

Svoltato l’angolo, quasi inciampò nel panno che una donna magra ed emaciata aveva steso sul terreno. Sopra era ammonticchiato ciarpame di ogni tipo, suppellettili inutili, oggetti rotti, da buttare.

Alcuni oggetti erano anche graziosi ma completamente inutilizzabili. Anthalos incuriosito da un mercanteggio così strano si avvicinò osservando meglio. Notò una matita spuntata che aveva tante stelline dorate. Le chiese quanto costava. La donna, che si chiamava Mathilda, lo guardò distrattamente e rispose che non costava niente, la regalava se lui riusciva ad utilizzarla di nuovo. Regalava gli oggetti a chi era così disperato da comperarli. In quel mucchio di ciarpame non c’era niente da salvare a meno che uno non fosse così bravo da reinventarne l’uso o avesse dei pezzi di ricambio che lei non possedeva. Si misero a discorrere e lei gli raccontò del suo viaggio con la carriola tutta sgangherata lungo i sentieri della montagna, sfuggendo ai lupi. Gli orsi per fortuna erano in letargo!

Lui le raccontava della sua baita mentre osservava la fiammella che mera apparsa improvvisamente sulla sommità della matita, flebile e piena di buchi, allo stremo. Le chiese se sarebbe tornata al mercato e lei rispose che non ne aveva alcuna idea perché dipendeva da quanta mercanzia riusciva a vendere. Anthalos all’improvviso le propose di andare alla baita, dove si stava al caldo e i lupi non potevano entrare. La donna sorrise stancamente ringraziandolo, ma non avrebbe saputo dove mettere tutte quelle cose. Non poteva certo buttarle via e il sentiero del bosco era troppo faticoso da percorre con un fagotto così grosso sulle sue fragili spalle. Decisero che lei sarebbe rimasta la notte sotto il portico. Il giorno dopo l’avrebbe aiutata a trovare una soluzione per liberarsi di tutta quella roba inutile, che le bloccava i movimenti.

Anthalos, tornato a casa, mise la matita dentro un bicchiere per osservare meglio la fiammella sempre più sottile e trasparente. Memore della volta precedente, anziché cercare indicazioni nelle stelle o nei libri prese un quaderno con le righe verdi. Iniziò a scrivere quello che immaginava osservando la fiammella. Più scriveva vicende tristi e amare, di botte e di dolore, più la fiammella diventava forte e chiara. Al termine della notte aveva riempito due quaderni con le righe verdi e la fiammella era diventata molto forte e luminosa. Anthalos all’alba si addormentò esausto, con la testa sul quaderno.

Al risveglio scoprì che era mezza mattina, tornò al paese di corsa temendo che Mathilda se ne fosse andata. Scorse un nugolo di gente proprio davanti alla sua mercanzia, che durante la notte si era miracolosamente aggiustata. Mathilda era diventata bella, con i capelli setosi e lo sguardo vivace. Appena lo scorse gli andò incontro e gli buttò le braccia al collo ringraziandolo per la sua gentilezza.

Lui arrossì e prese in mano una bel candelabro di legno intarsiato su cui brillava una luce bellissima. Allora chiese a Mathilda se anche lei vedesse la luce, si sentì rispondere che solo alcuni vedevano i lumi e lei, purtroppo, non era fra quelli. Anthalos osservò attentamente il candelabro e scoprì che c’era una incisione che recitava “Per il Curatore di Anime”

Appena lo lesse si ritrovò nella sua baita con Mathilda che spentolava allegramente per la stanza . I quaderni con le righe rosse e verdi si trovavano sulla libreria intonsi, da riempire di nuovo, quando avesse incontrato qualche altra fiammella da aggiustare e qualche anima da guarire. Le brutte avventure erano scomparse insieme alla tristezza.

Lezione di musica- racconto

Un convento, l’istituto magistrale aveva sede in un convento e come tutti i conventi aveva il chiostro. Bello, grande, con i capitelli, il pozzo e la Presidenza. E in fondo l’aula della classe terza E.La sezione E notoriamente era la sezione dove i professori cambiavano spessissimo, anche i supplenti, che pure avevano bisogno di  lavorare. A causa della vivacità di noi studenti avevano trovato un’aula apposita, per permettere al Preside o al Segretario di intervenire prontamente, quando anche Otello, il bidello grande come un armadio, non riusciva a calmare gli animi. Quella mattina attraversai di corsa il lunghissimo corridoio e mi affacciai sul chiostro ansimante, come sempre all’ultimo secondo, ma avevo ancora qualche speranza di non entrare nel “Purgatorio” l’aula dei ritardatari. La porta della sezione E era aperta, la lezione di musica non era ancora iniziata.Il mio posto era l’ultimo della prima fila. Il muro era il cuscino dove appoggiavo la testa nei momenti più noiosi delle lezioni. Non dormivo veramente, mi allontanavo dalla situazione e fantasticavo. Il freddo era così pungente che decisi di tenermi la sciarpa. Mi accomodai e controllai la presenza dei compagni. I cinque maschi erano allegri come sempre, le compagne, chiacchieravano mostrando il diario zeppo di fotografie e scritte. Si aspettava la supplente di musica, la quarta dall’inizio dell’anno. Don Martini, la settimana precedente, prima della lezione di Religione, aveva detto:“Ragazzi, ma che fate ai professori di musica che si ammalano tutti?” Non si faceva niente, nel senso più stretto della parola.

Entrò  una giovane donna avvolta in un cappotto marrone, alcuni libri di musica in mano fra cui il libro di testo e la borsetta  a tracolla. Era piccola, minuta e quando Orsini, con i suoi due metri si alzò per l’appello sembrò più piccola ancora.“Qui ci sono dei maschi?” disse sorridendo benevolmente ”In un istituto di sole donne siete in minoranza!”Ecco, se c’era una cosa che i maschi dell’Albini non sopportavano era rimarcare la loro presenza in un istituto femminile. Relegati nella sezione A ed E erano una ventina in tutto, molto suscettibili e vendicativi e idolatrati dalle compagne.Alcuni avevano girato tutte le scuole della città, altri erano militari di una caserma, che raccoglieva atleti in odore di Olimpiadi. Orsini era uno specialista di salto in lungo e spesso non faceva i compiti perché si allenava, Leoni invece aveva messo insieme tre bocciature fra liceo e tecnico.   Erano ragazzi già adulti, abituati a vivere la loro vita, con l’obbligo di  prendere un diploma.  Alle parole della prof osservai i loro visi che, dopo un attimo di perplessità, s’illuminarono. Vendetta.  Con un gioco di sguardi si cominciò la battaglia contro la malcapitata, ignara di quello che sarebbe accaduto.

La professoressa  aprì il libro di musica e ci chiese di  fare altrettanto. La pagina  richiesta  era fitta di  righi e note musicali, alfabeto sconosciuto ai più della classe. Lei, visibilmente colpita dal silenzio che ne seguì, pensò di farci cantare il brano musicale. Alla sua voce lieve e intonata, si unirono altre voci profonde, da baritono, mentre ad un cenno di Orsini cominciammo a spostare in avanti i banchi, e le sedie, silenziosamente, centimetro per centimetro. Restavo muta per il mal di gola incipiente mentre i compagni snocciolavano tutto il repertorio delle canzoni più conosciute, ma evidentemente non scritte sul nostro libro. Dopo un accenno a  “Dio è morto”, subito zittito dalla sempre più spaventata professoressa, iniziarono i mazzolini di fiori e quanto di più popolare poteva uscire dalle nostre gole. Anche io spingevo lentamente la sedia e il banco in avanti, finché non mi trovai incastrata fra Donatella e Luciano, che cantavano a squarciagola “Fra martino campanaro”. La cattedra, sopraelevata dalla predella appariva una zattera in mezzo al mare di banchi sempre più vicini e minacciosi. Al canto di Santa Lucia non restava alcun passaggio libero per arrivare alla porta. La professoressa spaventatissima cominciò a urlare con quanto fiato aveva in gola, ordinandoci di tornare a posto. Inutilmente.

Richiamati dalle urla Il Preside e il segretario cercarono di aprire la porta bloccata dai banchi… Il segretario strillò ad Orsini di aprire la finestra, di smetterla con quella farsa. Dopo qualche strascico di risata e qualche accenno  a “ Fratelli d’Italia” i banchi tornarono al loro posto. Naturalmente Donatella disse di essere stata costretta a partecipare, iscrivendosi  volontariamente nella lista delle prossime vendette. Ridendo a più non posso ed evitando di guardare la malcapitata che appena possibile uscì di corsa, anche se mancava ancora mezz’ora alla fine della lezione, rimisi a posto il mio banco.

Il Preside si sedette alla cattedra e cominciò a parlare di Catullo. Chiusi gli occhi e sognai una bella manifestazione con il biondino del Tanari. Fui punita, come tutti, una settimana senza ricreazione in cortile, solo in classe, mentre i compagni giocavano a briscola e le mie amiche si truccavano raccontando di qualche spasimante della quarta. Fino a gennaio non si presentò nessuno, poi finalmente venne un trombettista,  ci portò subito in palestra  dove subito i maschi ruppero un vetro giocando a basket. Io restai seduta a farmi le unghie e a spettegolare con le compagne di quelle  smorfiose di quarta. Preso il diploma ho lavorato e lavoro ancora nella scuola cercando di sorridere.

 

Oggi si è laureato

Oggi si è laureato e io sono molto contenta. Il ragazzo che suonava il pianoforte ha completato gli studi con determinazione  e ostinazione. Lei ne sarebbe orgogliosa ed è stato come se fosse presente nello sguardo e nella pelle candida di suo figlio. Pubblico il racconto che scrissi allora, quando lei stava male, quando ci ha lasciati. Non per tristezza, ma per ricordare le cene, le chiacchiere e la musica. E lei, che oggi, in modo particolare, era nei nostri pensieri.

Il mio dolore oggi ( A Viviana)-

Chissà se ha sentito i botti dei fuochi d’artificio ieri sera?

Le sarebbero piaciuti quegli splendidi fiori rossi, blu e d’oro che esplodevano nel buio. E’ uno spettacolo che non ha mai voluto perdere nonostante gli impegni e la continua corsa per aiutare gli altri.

Ma ieri sera era lontana e non poteva sentirli. E anche se fosse stata più vicina avrebbe sonnecchiato, come le succede spesso da qualche settimana; sonnecchia per non sentire il dolore, quel dolore che morde le carni e non da tregua.

La tengono sopita perché non soffra e non viva attimo per attimo il male che sta prendendo possesso del suo corpo.  Non so perché sia accaduto, né perché a lei, proprio a lei. Non so darmi pace, perché stava sempre dentro le righe, mai uno sgarro nel vino o nel cibo, mai un vizio, tranne quello di essere disponibile per gli altri. E noi a ridere delle sue raccomandazioni, a prenderla in giro bonariamente durante le lunghe sere estive mentre sul fuoco sfregolava  la carne  grassa e il vinello fresco scendeva abbandantemente in gola.

Perché lei conosceva tutti nostri mali fisici e della mente e sapeva aiutarci a superarli, e ci confortava.
Il mio dolore oggi è non poterle tenere la mano e darle conforto. Vorrei darle la speranza di un domani più sereno, di un futuro con quel famoso viaggio mai fatto senza i mariti, di quelle chiacchiere fra donne che avevamo appena accennato. L’ultima volta, a cena, ho cercato di dirglielo,  avrei voluto fare qualcosa e lei mi ha risposto che lo sapeva ma di stare tranquilla, ci pensava lei.

Voleva anche lì consolarmi, proteggermi da queste lacrime. Non lo sa che io lo conosco fin dall’inizio questo suo dolore e che non volevo crederci. Sono stati gli occhi di suo marito che mi hanno resa consapevole e arrabbiata. Arrabbiata contro il destino. E che ci siamo frequentate fingendo che tutto andasse bene, mentre io spiavo i suoi gesti e il suo sguardo alla ricerca di una smentita, che non è venuta.
Con suo marito ormai ci sentiamo tutti i giorni, perché lui non ha parenti qui, sradicato dalle isole del sole. Mi racconta i giorni che passano e le flebili speranze e le grandi delusioni. Se cerco di consolarlo dice che sono bugiarda e allora io taccio e lascio che mi racconti la sua solitudine e il suo amore. Rivive la sua storia e ogni tanto sussurra che era bella, che era dolce e che anche adesso lo è, nonostante sia devastata. Adesso so che cosa li lega, lui sanguigno e allegro, lei eterea e cerebrale.

Oltre al figlio, naturalmente.

La sera della cena il suo ragazzo ha accettato di suonare il pianoforte, quello vecchio e scordato che ormai nessuno usa più. La sua  musica ci avvolgeva magicamente scacciando i cattivi pensieri. E’ la passione di sua madre e lui la segue docile e obbediente, sempre. Ottimi voti a scuola, ottima educazione, tanto sport. E il pianoforte. Senza mai lamentarsi. Come se sapesse, nel suo cuore, che non l’avrebbe vista invecchiare.