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FICO o mercato ortofrutticolo

La strada è deserta, nessuno sulle otto, dieci corsie che portano al FICO, il mercato delle eccellenze alimentari italiane. Mai percorso quel tratto di strada, mai addentrata fino alle costruzioni che non si vedono dalla rotonda. Percorro l’asfalto sotto il sole a piombo. Fa caldo. Dietro di me una berlina nera che associo a qualche uomo d’affari, lenta, tranquilla. Dopo la curva c’è l’entrata che è uguale ma molto più grande di quelle dell’autostrada. Le sbarre sono abbassate e noto solo un semaforo verde. Di colpo non ho più il desiderio di esplorare il mercato. Mi sento fuori posto, sola con l’auto nera che occupa il lunotto posteriore. Rallento prima di chiudermi dentro il casello e con manovra inaspettata cambio il senso di marcia, sollevata. L’auto nera mi segue. Forse pensa che sia chiuso o forse lo sa. Con me non ha niente a che fare comunque. Mentre percorro la strada di ritorno noto sulla mia destra un baracchino arancione con le serrande abbassate. Panineria sotto il sole ma anche bibite e acqua. Chissà se, dopo la visita a FICO , esposizione di gastronomie italiane Dop, Igc eccc eccc i visitatori si fermano a mangiare un classico delle gite fuori porta: il panino con la mortadella, senza pistacchi però.

Perché in fondo sempre rustici siamo! Il FICO lo visiterò un’altra volta, e mi perdo nel Meraville.

E il romanzo non piace?

Una persona che conosco, amica? non so, aveva accettato di leggere un mio romanzo e fare un poco di editing, visto che lei si vanta sempre di saperlo fare. La storia di questo romanzo è, direi, travagliata. Scritto degli anni 2000, dato ad una agenzia per fare l’editing , pasticciato il tutto e quindi ritirato, rimesso nel cassetto, nuovamente proposto a due persone  che non hanno finito di leggerlo. Quindi ne deduco che è bruttissimo. Forse noiosissimo, forse inaccettabile. Sono solo io che amo le storie dei senza storia? Mah!

La mia amica mi da appuntamento per bel quattro volte. Io ogni volta mi preparo piena di entusiasmo, anche con l’idea che non piaccia, sia orribile. Ma sono adulta e in grado di affrontare le sfide della vita, che se fossero solo queste, sarei a posto. Ogni volta si rimanda quasi all’ultimo. La prima volta per causa mia, lo ammetto, le altre per problemi vari suoi. Quindi le ho chiesto al telefono, mezz’ora prima di partire da casa, se è così orribile, come intuisco. Ma no, mi piace ma si vede che è ancora grezzo, che non è un romanzo, queste sono le bozze. E che allora l’agenzia che ha fatto? Non risponde e io che non amo gli scontri le dico di stare tranquilla che lo riprendo in mano, poi vedrò.

Il problema di fondo è che io a questa storia o meglio alla motivazione delle storia ci credo, sono convinta che possa piacere, ma un romanzo storico deve avere delle caratteristiche particolari e non sempre piace  a tutti.

Proverò di nuovo  a metterci le mani, forse a riscrivere alcuni capitoli, a rivedere le correzioni della agenzia e umilmente ripartirò. Ma lo voglio vedere finito prima o poi!

Ho anche deciso che non chiederò mai più a qualcuno di leggere qualcosa di mio, primo perché i tempi sono infiniti, secondo se non piace non riescono  a dirlo!

Dicono che se proprio non si riesce a pubblicare è bene farlo sul blog. Mah! Non sono sicura che sia una buona strada.

 

 

 

E all’autore quanto va?

Morgan Palmas del Blog  Sul Romanzo scrive su Facebook  “Chiedo aiuto a editori, distributori, scrittori e librai. I tempi cambiano e forse anche le percentuali. Se un libro costa 15 euro di copertina: il 30% circa va alla libreria, il 30% nella distribuzione e il 40% all’editore (quest’ultimo “paga” l’autore dal 5% al 10% nove casi su dieci, poi c’è la stampa, l’Iva, ecc). Sono ancora dati attuali?”  Chi vuole aggiornarsi sulla distribuzione degli introiti  può leggersi tutti i commenti. Io che sono sempre divisa fra l’autopubblicazione   e quella dell’editore mi chiedo : perché il denaro che spetta all’autore è così esiguo?   E il rimanente va all’editore , alla distribuzione, al libraio. In questo modo ci si spiega perchè ormai il libro sia un prodotto come un altro, con il targhet, l’argomento alla moda, il best seller mondiale. Per guadagnare bisogna vendere, per vendere bisogna avere un prodotto gradito, per avere un prodotto gradito che si fa? Meglio costruirselo che andare a cercarlo.  Si legge poco, è vero, verissimo, ma non sarà perché il prodotto è poco allettante?

Con l’auto pubblicazione si rischia un prodotto poco rifinito, scritto con un linguaggio non lisciato e rassettato dagli editor, con la carta forse grossa e la copertina brutta. Ma, pagata la stampa e poco altro, il libro, se lo vendo rende e l’intelletto ne è molto felice.  E se il libro in libreria non vende?  L’autore non potrà più chiedere a quell’editore di pubblicare.

Da tempo vagolo fra queste due posizioni, ma in verità non riesco a decidermi. Ho spedito qualche cosa ma non ho risposte. Bah! Aspetto ancora. Il dibattito è aperto.

Qui il pensiero di un editore sull’argomento autopubblicazione: Marco Valerio