LIM ( lavagne interattive multimediali) in classe e altri progetti? Forse è meglio di no.

Ho letto un articolo che mi piace molto e anziché fare il link lo copio pari pari e lo approvo in pieno. Solo dagli insegnanti possono nascere osservazioni interessati, specialmente se amano il loro lavoro.

Appello perché bimbi e bimbe fino a 8 anni
siano liberi da schermi e computer nella scuola

di FRANCO LORENZONI, maestro elementare

Il Ministero dell’Istruzione progetta di portare in sempre più aule le LIM (Lavagne Interattive Multimediali), cioè schermi giganti collegati a un pc, in un momento in cui le classi si affollano sempre più di bambini – fino a 30 e 31 – e quando è assente un insegnante spesso si accorpano e il numero cresce. A partire dal prossimo anno, inoltre, i libri di testo cartacei saranno progressivamente sostituiti con supporti informatici da leggere su tablet.
Tutto ciò avviene in un contesto in cui, con la diffusione di I-phone e cellullari dell’ultima generazione, genitori ed adulti sono ovunque e sempre potenzialmente collegati alla rete, dunque sconnessi o connessi solo a intermittenza con i bambini che hanno vicino.
Ben prima del diluvio tecnologico, dilagato in ogni casa e ogni tempo, bambine e bambini si sono trovati a fare i conti con adulti distratti. Ciò che sta cambiando radicalmente e rapidamente è che ora, nel reagire alle consuete distrazioni adulte, bambini anche molto piccoli trovano facilmente anche loro attrazioni altrettanto potenti.

Le industrie, per vendere, escogitano marchingegni sempre più attraenti, maneggevoli e sofisticati, rivolti a bambini sempre più piccoli. Ai genitori, spesso immersi anche loro nel grande gioco virtuale onnipresente, molte volte fa comodo che un figlio abbia a disposizione un gioco elettronico o un cellulare, perché diventa muto e trasparente e può restare interi pomeriggi tranquillo, perché completamente immerso in uno schermo interattivo.
Il risultato è che i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura. Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti. L’attaccamento a schermi grandi e piccoli ha tutte le caratteristiche di una droga, perché ormai nessuno può più nutrire dubbi sulla dipendenza che crea.
La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.

Faccio una proposta e un appello: liberiamo bambine e bambini, dai 3 agli 8 anni, dalla presenza di schermi e computer, almeno nella scuola. Fermiamoci finché siamo in tempo! La Scuola dell’Infanzia e i primi due anni della Scuola Primaria devono essere luoghi liberi da schermi.
Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli. L’uso di computer e supporti informatici va introdotto, con gradualità e cautela, solo dopo gli 8 anni. L’ingresso nel mondo e il primo incontro con le conoscenze è cosa così delicata da meritare la massima cura e un’aula dotata di un grande schermo cambia la disposizione dello spazio e della mente.
Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.

I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà. Ma i bambini hanno un disperato bisogno di adulti che sappiano attendere e accogliere le parole e i pensieri che affiorano, che siano capaci di ascoltarli e guardarli negli occhi. Hanno bisogno di tempi lunghi, di muovere il corpo e muovere la testa, di dipingere e usare la creta; devono poter essere condotti ad entrare lentamente in un libro sfogliandolo, guardando le figure e ascoltando la voce viva di qualcuno che lo legga. E cominciare a scrivere e a contare usando matite, pennelli e pennarelli, manipolando e costruendo oggetti per contare, costruire figure ed indagare il mondo. Hanno bisogno di guardare fuori dalla finestra il sole che indica il tempo e i colori della luce che cambiano col passare delle nuvole. Hanno bisogno di scontrarsi e incontrarsi tra loro in quel corpo a corpo con le cose e con gli altri, così necessario per capire se stessi. Tutto questo davanti a uno schermo NON SI PUO’ FARE!
Scuole dell’Infanzia e Scuole Primarie in questi anni sono state uno dei pochi luoghi pubblici in cui gli immigrati hanno trovato in molti casi spazio e accoglienza. La scuola italiana è tra le poche in Europa che cerca di integrare i disabili. La convivenza non è un insegnamento, ma una pratica difficile e quotidiana, che richiede spazi, tempi e strumenti adatti. Se una generazione di giovani insegnanti entreranno in scuole dotate di LIM e tablet inevitabilmente, inesorabilmente, si troveranno a fare cose che fanno male ai bambini, dimenticando ciò che è essenziale, semplice e difficile a farsi.
I neonati nel nuovo millennio li si usa chiamare nativi digitali. La sorte dei nativi, in molti continenti, è stata segnata da colonizzazioni violente e distruttive, giustificate in nome della civiltà e del progresso. Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile.

Parmigiano Reggiano ( racconto breve)

Da piccola Annalisa aveva una bambola con un occhio guercio, che la guardava in modo assimetrico e distante. Ma Annalisa l’amava molto e ne aveva cura. Sulla scala interna della casa, quella con il muro in fondo, per non disturbare il generale e la sua famiglia, Annalisa aveva creato una bella cucina: pentolini di rame, piattini , tazzine rotte da caffè e una bella scatola di pappa. Un giorno decide di preparare una pappa deliziosa alla sua bambola e, dopo aver a lungo pensato seduta sul dondolo in giardino, si è messa a cercare fra le erbe . Strappa foglie di menta profumate di freschezza, toglie i petali alle margherite giganti una ad una, infine afferra le rose screziate e tira, mescolando il tutto nella cesta. Le mani assorbono i profumi e Annalisa, saltellando, porta il suo raccolto alla bambola Gianna. Mescola con  il detersivo, un cucchiaino di caffè, che aveva rubato in cucina e con un goccio d’acqua e la pappa è pronta. Seduta sui gradini canta una nenia mentre finge di imboccare la bambola guercia che pare gradire.  Un giorno, stanca della bambola che non dice mai niente, afferra un libro, e seduta sul dondolo, inizia prima a guardare la figura di un buffo gatto gli stivali e un cappello con un lungo piumaggio, poi  con fatica  scandisce le lettere. E il disegno diventa Il gatto con gli stivali, poi c’é  Biancaneve che la fa piangere, senza la mamma, e Pinocchio , antipatico, non si dicono le bugie. Alla fine del libro ne cerca un altro. Jo le piace molto, non è una piattola come la sua amica Marisa, né noiosa come le gemelle del terzo piano. Sono quattro sorelle sole con la mamma, sempre disgraziate queste persone , ma hanno una bella vita da raccontare, gli incontri, e gli amori. Annalisa arrossisce quando comprende che Jo ama il ricco vicino. L’amore! Per lei é presto, poi ha altro da fare. Gira per la sua stanza studiano la storia di Garibaldi e l’area del cerchio. Dalla sua nuova camera scorge cortiletti piccoli e angusti. Nel suo non si può andare. L’unica vlta che c’era andata quello del primo piano aveva fermato sua madre:

“Come si permette di far stare i bambini in giardino,disturbano nonno Gigi, che sta male.”

Così Annalisa, per ripicca, un giorno accende la radio e cerca della musica mossa, rock, proibita sia da sua nonna che dal vecchio Gigi. Quando la nonna si avvicina abbassa il volume e così non si prende la sgridata. Ma ormai è tesissima: deve fare l’esame di quinta elementare. Brontolando entra nella vasca e fa un lungo bagno, poi sua madre afferra il Phon e liscia i capelli fino a farli brillare. Indossa il grembiule bianco con il grosso fiocco rosa, poi si avvia verso la scuola.  Ha molta paura perché a volte faceva degli errori di ortografia e non era mai stata una bravissima, la cocca della maestra come la Dani, che erano andati a trovarla a casa con i compiti quando si era rotta la gamba. Tutta la classe, come una gita e avevano mangiato dei biscotti buonissimi e del latte caldo, come la merenda della scuola.

E’ promossa. La mamma dopo averla abbracciata le chiede che regalo vuole. Può chiedere quello che le piace, la macchina fotografica, la stilografica, un album per le fotografie, un braccialettino non tanto grande, perchè non ci sono poi tanti soldi.

Annalisa pensa con il viso fra le mani, mentre si immagina a fare fotografie, firmare autografi, stimarsi con la sua amica Marisa facendole provare il braccialettino, poi sorridendo esclama:

“Ho trovato! Un etto di parmigiano reggiano.”  Il regalo più bello della sua vita.

Anche ora possiamo fare un regalo ad Annalisa comperando il parmigiano reggiano del terremoto, per alleviare in qualche modo la sofferenza economica dei terremotati. Buon appetito.

 

 

Cinque adulti per due bambini.

Al parco c’erano cinque adulti e due bambini. I bambino giocavano beati e felici, gli adulti, nonni e babbi chiacchieravano fra di loro, sempre tenendo d’occhio i pargoli. I piccoli sorridevano felici, apprezzavano l’erba, ma attenti alle cacche di cane, il dondolo, non andare troppo forte che cadi, i fiori, non ti sporcare che poi senti la mamma come brontola. E altre amenità. Mi sono ricordata le  uscite al  prato incolto dove sarebbe sorto un palazzone, certamente ero più grande, ma trovavo molti amici con cui correre, nascondermi, sbucciarmi le ginocchia e la maglia. Una volta c’erano meno cani e più bambini, noi degli anni ’50 eravamo la speranza del futuro.

Mentre osservavo la scena pensavo che i bambini hanno già più di trentamila euro di debiti pro capite e dovranno lavorare per mantenere gli anziani che saranno sempre di più. E mi sono venute in mente tutte le distorsioni che stanno accadendo sul lavoro e nell’economia. Stavo per intristirmi quando uno dei piccoli mi ha sorriso mettendo in evidenza i due dentini appena cresciuti e tirando i calzoni con le mani. Era felice, senza sapere niente del futuro lui era solo preoccupato di crescere, camminare e sorridere ai nonni. Forse dovremmo fare tutti così, per scrollare l’intenso pessimismo che come il gelo d’inverno sta penetrando nelle ossa.