Mese: gennaio 2013

Mancano solo le tende

Post leggero, perché, diciamolo è un periodo pesantissimo tra crisi e elezioni in arrivo, ormai diventate una minaccia per la salute pubblica. Ebbene parlerò delle tende, vintage naturalmente. Mancano solo le tende nella mia nuova casa. E’ che le case non sono più come una volta. Sono più basse, con le finestre più larghe. Il problema maggiore è cosa metto in bagno? Tende moderne, antiche, vintage? Mah! ci penserò a lungo , mai dirlo, domani avrò  una idea strepitosa. Infatti avevo pensato di mettere un paio di asciugamani antichi, con pizzi, facili da lavare che tengono l’umidità. Oppure due asciugamani id lino ricamati, ma ne ho due diversi.  Vedremo. Ma il problema di fondo è che le case di oggi sono più piccole, più basse, con le finestre più larghe. Mah! In camera da letto ho recuperato le tende degli anni ’70. Bianche, con ghirigori opaco e lucido, belle. Lunghe, da accorciare, naturalmente!. Per la sala non so bene, tendini  a vetro che richiamo il mega poster di stoffa di Klimt, Il Bacio, o colore neutro? Mah! Vedremo. Dipende da quello che trovo.

Klimt Il Bacio
Klimt Il Bacio

In ogni caso si sappia, cambiare, ogni tanto fa bene! Ciao

 

Se vuoi i voti dei fascisti…

E’ caduto dentro alcune frasi che lo hanno portato a una querela o denuncia, non ho capito. Con I fascisti non si scherza e quello di ieri di B. non era uno scherzo. Osannare l’operato di un dittatore è troppo anche per lui. Ci sono molte analogie fra i due B.M. e S.B. per esempio nel modo di arringare le folle, anche se al posto del balcone c’è una più comoda televisione e tutta una pletora di ossequiosi servi disposti a fare i salti mortali con triplo carpiato per soddisfare i suoi piani. Ora molti di questi servi hanno un posto onorevole in lista e potranno essere eletti. Non più olgettine o igieniste dentali, ma servi di comprovata fede. Ma per fare numero ci vogliono anche i fascisti, i loro voti. Fascisti forse morbidi, perché i duri si sono fatti delle liste a parte, indipendenti, per poi portare sul piatto della bilancia il loro peso elettorale. Quindi per i voti dei fascisti, ma forse anche per una vera ammirazione ,credo, l’egonano ha detto che Mussolini ha fatto cose giuste, a parte le leggi razziali. La democrazia non dovrebbe permettere a un uomo che cerca di tornare al potere pronunci una lode della dittatura fascista, dando fiato e forza a tutti coloro che non vedono l’ora di girare con i manganelli e l’olio di ricino.Da domani ci sarà un rinforzo delle camicie nere nelle strade, negli stadi, contro gli extraqualcosa ( extracomunitari, donne, gay, immigrati, poveri e zingari). Se ci sarà qualche altro assalto a persone con botte e coltelli sappiamo a chi dobbiamo dare parte della colpa. Quello che non capisco è come fanno i giovani ad aderire a queste filosofie, a meno che non siano alla ricerca di un padrone che li tenga al guinzaglio e li copra di brillantini falsi.

libro sulla dottrina fascista
libro sulla dottrina fascista

Per saperne di più

Liste della spesa, dei politici e altro

ieri è scaduto il termine per presentare le liste dei candidati alle elezioni di febbraio. Il motto era: solo insospettabili. Bene, ci siamo detti tutti quanti, vediamo se ci sono. A sinistra non è cambiato tantissimo, a parte Grillo con il suo movimento e Ingroia, alternativo, volendo a Grillo. Ma la destra ha fatto i fuochi d’artificio. Anzi per dimostrare che è coerente ha messo primo in lista uno che ha già fatto tre legislature, ha già subito dei processi e anzi ne ha in corso uno, ha 75 anni.Il suo secondo nel Veneto ha detto papale papale che se no andrà a votare in parlamento è perché ha altro da fare, e la politica non è solo schiacciare un bottone. Altro figuro è Scilipoti, che non lo vuole nessuno, ma se lo terranno, perché così ordina il capo. Insomma un partito nel frullatore delle poltrone, una classe politica sempre più da avanspettacolo e noi qui, a guardare, i piccioni che beccano. Speriamo di no, almeno questa volta.

Pablo Fuentes da Toledo – 2 parte

L ‘uomo possedeva la canadese comperata a Vienna insieme alla maglietta con la scritta fluorescente blu. Il sacco a pelo era di misura, così non agitava le braccia durante i suoi sonni movimentati e inquieti.

Possedeva anche le magliette di Parigi, di Amsterdam, di Berlino e di Praga, pulite e piegate con cura nel borsone. Acquisti per turisti. Il necessario per la cura della persona, mai dimenticata, una bottiglia di acqua di colonia, e un libro sdrucito in italiano e scarabocchiato in spagnolo con note a  margine :chiedere a Gildo. L’aveva raccolto fra i rifiuti, in una notte insonne, camminando nel suo mondo, il parco.

Pablo quella sera indossò la maglietta rossa, di Parigi. Una città, una destinazione si era detto mettendo i pesos in mano alla raffinata commessa francese. La maglietta presa a Praga era gialla da usare per la posta e per ritirare la pensione. Quella di Berlino, verde con un bel disegno sul petto, per il dottore, mai usata, per fortuna, quella di Parigi per la pizza e una pinta di birra. Un rito il suo, come tenere in ordine la sua tenda.

Si recò alla pizzeria “ I tre mari” di don Gaetano un omone grande e grosso, con il viso rubizzo e gli occhi piccoli. Aveva solcato molti mari, più con la fantasia che nella realtà e parlava solo di barche, viaggi e donne.

Si era sistemato nella grande pianura delimitata da colline, con la foschia afosa dell’estate o le nebbie autunnali. Don Gaetano salutò distrattamente lo straniero. Ogni volta Pablo aveva trovato posto nel suo tavolo preferito, d’estate la pizzeria era  quasi deserta, tranne un paio di habituè, più amici di don Gaetano che veri clienti. In attesa della cena il pensiero di Pablo corse a quel poco che lo interessava: la tenda, i soldi della pensione in arrivo e il libro che stava leggendo. Uscì dalla pizzeria un po’ traballante sulle gambe, per la doppia birra, Col fiatone si sedette sulla panchina dove spesso aveva giocato a carte con gli amici di Gildo e attese. Non veniva nessuno e il cielo era già buio, l’umidità stava calando sulle sue spalle un po’ curve.

– Già, non è più estate- pensò con rammarico.

Si avviò verso la tenda, oltre il viale, ad ovest. Non riuscendo a trovarla cercò strabuzzando gli occhi, sicuro che fosse da quella parte, ma non c’era: scomparso il borsone, e i pochi effetti personali. Solo il libro, sgualcito, era abbandonato su un cespuglio.

Pablo si sedette per terra, muto, osservando il grande spiazzo senza erba che recava l’orma della tenda.

Era la solita reazione davanti alle catastrofi della sua vita.

Restava senza parole e senza pensieri, sospeso in un limbo dove anche i sentimenti erano cancellati.

Più tardi gli scoppiava la rabbia e la sfogava sbraitando e ruggendo, cercando di sopraffare la disperazione con urla e ragionamenti illogici. Infine, esausto si accasciava, incapace di dare risposte alla sua frustrazione. Era sempre stato così fin da piccolo, quando giocava sulla riva del fiume e i suoi fratelli gli facevano terribili scherzi.

Chiuse gli occhi, che tanto non c’era nulla da guardare, fra il vuoto che aveva davanti e la notte che scendeva. Che cosa stava accadendo?

Il giorno prima aveva ricordato, un abbaglio di sole, per un attimo, nell’ufficio postale con i documenti in mano, colto da un brivido lungo la schiena. Era in un paese lontano, un punto sconosciuto sulla carta geografica, una tappa del suo peregrinare per l’Europa, prima di Roma, prima del mare, dopo la partenza da Toledo. A volte si chiedeva che sarebbe stato domani. Ci avrebbe pensato domani. E il domani era arrivato.

Pablo rimase immobile, solo e disperato nel parco buio diventato inospitale. Lontano il cane abbaiò. Il cane. Ecco cosa avrebbe dovuto possedere, un cane! Un cane aggressivo che lo difendesse dai ladri e dai disgraziati che gli avevano portato via tutto. Forse non tutto, forse qualcosa si era perso nell’erba, forse domani con il sole lo avrebbe trovato. Un cane mastodontico e affamato, un cane grande e cattivo che ringhiasse contro tutti e fosse affettuoso con lui.

Un cane…ma a lui cani non erano mai piaciuti. Aveva paura e loro lo sentivano. Come Poldo, quel buffo cane che faceva la sua passeggiatina all’alba. Appena lo scorgeva o si avvicinava perdeva la sua aria paciosa e mostrava i denti ringhiando sottovoce. Poi volgeva lo sguardo altrove e continuava la sua passeggiata trotterellando sulle corte zampette da bassethouns, mentre la padrona lo incitava con parole cattive, augurando al pover’uomo di scomparire dalla faccia della terra.La sua padrona parlava in dialetto e lui, non comprendendo, la salutava gentile.

Non aveva mai pensato di prenderne uno, per nulla spaventato dal rischio d’aggressioni e violenze che potevano colpirlo in quella nuova vita, in cui si muoveva come un clandestino. Persino il cane della prima notte, se ne era andato a cercare ospitalità dall’altra parte del Parco, nel condominio dove abitava Marisa e c’erano i negozi.

Ma la sua roba? Al pensiero di non possedere nulla se non quello che indossava e aveva nelle tasche, oltre al libro, si sentì squassato da una vertigine profonda legata ad un senso di vuoto, di nulla.

E allora attraversò il viale del parco urlando. Correva a perdifiato qua e là, lasciando uscire tutti quegli improperi e quelle invettive che per mesi si era tenuto dentro contro i disgraziati che rovinano la vita agli altri.

E perché? Perché la sua vita era sempre in balia di persone malvagie?

E lì si erano dimenticati di tutti i lavoretti che aveva fatto per mantenere il parco in uno stato decente? E i rami secchi accatastati? E le siringhe raccolte all’alba per proteggere i bambini? E loro non avevano bambini o figli? Si fermò col fiatone vicino al chiosco dei gelati chiusa e deserta. Rivide Orazio, il proprietario, fermo a gambe aperte e a braccia incrociate, con un ghigno che non prometteva nulla di buono. Risentì l’aria squarciata dalle urla del gestore della gelateria quando lo mandava via in malo modo Non sopportava quel vagabondo che parlava una lingua incomprensibile. Di certo era il ladro che portava via il latte di mattina, aveva detto ai vigili. Ma loro confermavano non se non lo trovavano con le mani nel sacco non potevano intervenire. E le sue mani erano sempre impiegate a tenere  pulito il Parco!

Ma prima o poi… Gildo lo aveva messo sull’avviso:Orazio e Marisa non vedevano l’ora di vederlo in galera. Chi non aveva notato la pulizia che ora c’era attorno al chiosco dei gelati, da quando Pablo abitava il Parco?

E quella mattina fu proprio Orazio, arrivato all’alba, che chiamò i vigili anticipando di un poco Marisa. Passeggiava con Poldo osservando sorpresa il pezzetto di parco deserto, fino a ieri occupato dalla tenda di quello straniero bastardo e infedele. Appoggiato a un albero lo straniero addormentato. Poldo lo annusò e ringhiò di nuovo.

Pablo aveva dormito un sonno inquieto, chi aveva potuto fargli un torto simile? Forse i giovinastri che di notte si mettevano sdraiati sulle panchine che ridevano e a volte fumavano qualche canna e lui lo sentiva da quell’odore dolciastro che si spargeva nel Parco. Non aveva mai detto niente, neanche a Gildo perché in fondo erano giovani e non facevano nulla di male: ridevano e si davano delle gran pacche sulle spalle. Verso l’alba sparivano su quei motorini malmessi e con la marmitta scassata. Non gli avevano mai dato fastidio, se non per quelle bottiglie di vetro marrone che lasciavano sempre in giro e che se si rompevano potevano far male ai bambini di giorno. Se solo avessero tenuto pulito il parco! Nessuno sapeva della pensione e dei soldi che aveva ritirato. Per fortuna i documenti li aveva con sé, nella tasca dei logori jeans: carta d’identità, passaporto, carta di credito ormai inutile e i fogli per ritirare la pensione. Tutti al sicuro. Un brivido di freddo gli aveva ricordato l’umidità della notte, quindi si era avvicinato ai palazzoni di fronte per trovare riparo, ma dopo averci ripensato tornò a sdraiarsi sotto il cespuglio di prugnolo, di fianco alla piazzola dove c’erano ancora i lacci della tenda tagliati.

Il primo sole dell’alba gli scaldò le braccia e il viso svegliandolo.Era ancora intorpidito dal sonno agitato e breve. Aprì gli occhi di scatto come per interrompere una bugia, ma lo spazio vuoto davanti a lui era reale.  C’era solo Poldo e la sua improbabile padrona, che se ne andò subito sogghignando.

Si alzò e iniziò a cercare fra l’erba un oggetto strappato, rotto ma scampato alla razzia. Nulla, i ladri avevano ripulito per bene ogni anfratto.

Sconsolato si sedette ai piedi dell’albero che gli aveva fatto ombra da un paio di mesi chiedendosi che fare. Aveva fame e quasi si vergognava di quel crampo allo stomaco, così sconveniente.

Aspettò Gildo raccontandogli l’accaduto in quella lingua strana, incomprensibile ma musicale. Gildo stette poco a compiangere l’amico e fece per chiamare i vigili. Orazio aveva già avvisato le autorità, sperando in un allontanamento obbligato per il barbone elegante e pulito. In un tempo ragionevole con i problemi di traffico della vicina superstrada e delle scuole adiacenti, si presentarono trattando il barbone come un qualsiasi cittadino straniero. Fecero un elenco degli effetti rubati, constatarono che i documenti erano in regola e se n’andarono sorridendo.

Nessuno aveva visto nulla e se aveva visto taceva, perciò Pablo rimase solo, senza un luogo per ripararsi e senza tutte le magliette che aveva comperato nel suo tour nelle capitali.

Gildo lo afferrò per un braccio e lo condusse a casa sua, dopo aver convinto la riottosa moglie a cucinargli un pasto caldo e a cercargli degli abiti fra quelli che dovevano andare al parroco. Lei lo chiamava lo straniero dalla prima volta che Gildo glielo aveva presentato perché non aveva capito una parola di quello che le aveva detto. Lo sconosciutosi esprimeva in uno spagnolo pieno di parole incomprensibili e a volte rallentava il discorso, quasi inseguisse un dialogo interno, e questo non lo aiutava a farsi comprendere. La donna non era  contenta del supporto che suo marito aveva con lo sbandato, ma abituata a lasciar fare, non lo aveva mai intralciato, riconoscendone la generosità, ma anche una notevole dose di acume nel riconoscere i malvagi.

 

Pablo Fuentes da Toledo

Inizio la pubblicazione di un racconto scritto nel 2007. Ho preso spunto da un fatto vero, che in un paese piccolo, anzi in una sua frazione, aveva colpito la fantasia degli abitanti. Poiché è lungo ne pubblico un paio di pagine alla volta.

Finalmente un giorno di sole tiepido, dopo la calura estiva che aveva asciugato il terreno e assetato gli uccelli del parco. Pablo, camminando lentamente, si avvicinò alla fontanella con il borsone in mano assaporando il contatto con l’acqua fresca e la sensazione di benessere che lo prendeva dopo. Si fermò, posò il borsone a terra e lentamente si tolse la maglietta rossa con la scritta sbiadita che inneggiava alla città di Madrid. Sfilò la canottiera e piegò gli abiti con cura. Aprì il rubinetto e si dedicò alla pulizia settimanale del corpo ancora vigoroso.

Oltre agli impiegati che mangiavano il semplice pasto di mezzogiorno seduti sulle panchine o sdraiati nel grande prato si udiva un vociare differente. Fino a pochi giorni prima il parco era più silenzioso, quasi raccolto, ma dalla metà del mese di settembre si  era riempito  di classi vocianti e nugoli di bambini  che correvano spensierati rincorrendosi o dando calci scomposti ad un pallone malconcio. Pablo non lo aveva ancora notato anche perché viveva dall’altra parte del Parco e lì passavano poche persone. Alcuni bambini, a gruppetti, attorno al casolare dove la fontanella permetteva loro di bere osservavano con attenzione. La presenza dello sconosciuto non li infastidiva, anzi commentavano tranquillamente i gesti dell’uomo nudo fino alla cintola, che si faceva la barba guardandosi dentro uno specchietto minuscolo. Sentendosi osservato  Pablo, cercò di sbrigarsi, anche se non gli piaceva interrompere la toilette. Velocemente rasò la rossa barba incolta di cinque giorni, poi si lavò le ascelle e il torace asciugandosi con un asciugamano candido, che strideva con l’abbigliamento stazzonato. Attorno si era formato un piccolo assembramento di bambini curiosi. Andrea andò a chiedere spiegazioni alla maestra, che con apparente distacco seguiva l’inaspettata performance di quello sconosciuto. Pablo si rivestì e sorridendo salutò i bambini allontanandosi a passo veloce: lungo il viale incontrò Gildo, il guardiano del parco, a cui rivolse un cenno con la mano, quasi a volerlo tranquillizzare, stava andandosene! Il sole era allo zenit e illuminava le foglie rigogliose degli alberi maestosi. Dalla fontanella s’intravedeva il via vai delle auto sulla superstrada che univa la città al supermercato costruito nonostante le proteste degli archeologi per qualche sito cancellato dalle ruspe, e degli ambientalisti per le grandi rotonde che avevano distrutto i campi seminati a grano. Anche Pablo a volte faceva una passeggiata fino agli scaffali del fornitissimo supermercato per qualche scatoletta o il sapone da barba.

Pablo non guardava i bambini, era solo irritato dalle attenzioni di quella gente e desiderava tornare alla tenda. Non amava farsi vedere. Frequentava solo Gildo, il guardiano del parco e i suoi amici con cui aveva giocato partite a scala quaranta nelle sere d’estate fino alle ore piccole. ( continua…)

Raffaello verso Picasso Mostra a Vicenza

Se entro il 20 gennaio avete tempo andate a Vicenza a vedere questa mostra. Eccezionale. Io amo l’arte, anche se non sono molto ferrata in materia, ma i quadri specialmente ritratti di persone comuni mi hanno entusiasmato per due motivi: la storia della pittura che si sviluppa davanti allo sguardo fra un pittore e l’altro e la tecnica che cambia da secolo a secolo. Dall’inizio, con un quadretto formato cartolina, un santino che si portavano dietro i ricchi nei loro spostamenti, credo, fino a Picasso dove la ragazza non si vede, è una sequenze di segni e colori da intuire. Io amo i pittori del cinquecento, preferisco l’arte visibile, realistica all’arte moderna concettuale, ma in questa mostra ho potuto gustare ogni tipo di pittura ed è stato molto piacevole.

Basta togliere la folla, la confusione e la difficoltà di osservare con calma i quadri. Si sa al fine settimana non è mai intelligente andare per mostre, ma si poteva così. Vicenza mi ha stupito per la sua aria di signora elegante e ricca, molto vicina  al’ Impero Austro Ungarico sia nei palazzi, a parte quelli del Palladio che nel modo di comportare dei Vicentini. Che dire poi della mostra  del gioiello nella storia sotto la Basilica di Vicenza? Un orafo ha perfino riprodotto una collana dipinta da un quadro del ‘500, con la stessa tecnica ed è un gioiello meraviglioso che non sfigurerebbe su alcun abito moderno. Per finire Teatro Olimpico del Palladio: poche cosa : Andate a vedere, merita, è una meraviglia ancora in ottima forma dal 500. Anni fa Dario Fo e  Giorgio Albertazzi recitarono insieme in questo Teatro raccontando la storia del teatro  e delle opere. Un evento relegato alle undici di sera, ma splendido, con due attori così importanti.

Orbene, dopo un sabato così interessante, che resta? Una domenica allo steso livello!!. Chissà se sarà vero.

 

Ieri sera il Circo e le truffe elettive

Ieri sera ho visto Santoro, fra i mugugni di chi voleva ascoltare Zucchero. Non so se sia stata una scelta intelligente, ma certamente è stata la conferma di quello che già pensavo. L’egonano ha fatto numeri da circo, buffonate, piacionerie, ma sotto sotto sudava come un ” ninnino” tant’è che a un certo punto ho temuto che gli si sciogliesse il cerone, che tremolava fra le sopracciglia e gli occhi liftati. Mancava la controparte. Avrei voluto uno scontro vero, un dibattito serio almeno da Santoro.  Non ho idea di come sia andata a livello di crescita nel favore degli italiano, ma uno spettacolo così non aiuta la sinistra e nemmeno il centro. Io personalmente mi sono sentita presa in giro, perché tanto si è parlato di Santoro e dei suoi scazzi con l’egonano e ora fanno compagnia teatrale. Anche Travaglio mancava della grinta che solitamente lo accompagna. Ho apprezzato l’ultima parte del suo discorso e basta. Che dire?  Decisamente uno spettacolo brutto, sotto tutti i punti di vista. Da cancellare. O il desiderio unico di Santoro era fare auditel? In quello c’è riuscito, ma ha perso un telespettatore. La prossima volta guardo Zucchero, che mi piace e mi diverte di più.

Altra notizia antipatica (?) hanno copiato il simbolo del movimento di Grillo. Vorrei dire che siamo alla frutta se succede così, perché  taroccare il simbolo di un gruppo presente su tutto il territorio è quantomeno assurdo. Ma tutto si fa per nascondere la verità. Che la gente non ne può più degli spettacoli di politici da circo e cerca alternative fra Grillo, gli arancioni, e altri. Andare a votare sarà ancora più difficile.