Santa ( racconto)

La domenica attendevo il suono delle campane con ansia, già pronta, calzettoni di pizzo bianchi e scarpe lucide, e mi precipitavo per giungere in tempo fino al primo banco, ansiosa di assistere alla cerimonia mentre restavo in adorazione delle statue e dell’altare per lungo tempo, tempo rubato ai giochi. Ma avevo deciso che dovevo diventare santa e per farlo dovevo pregare e restare in chiesa il più possibile.

   Volevo diventare santa e avere una statua in chiesa accanto a Santa Teresa del Bambin Gesù e Santa Rita da Cascia. Mi chiedevo come avrebbero risolto il problema del doppio nome, due sante Rita in una chiesa erano troppe.

     Restavo ore inginocchiata a rimirare le fattezze di gesso di Santa Teresa. Ogni volta mi chiedevo perché lasciavano la santa che dava il nome alla Parrocchia con la veste sbrecciata e non passavano una mano di vernice per coprire il biancore del gesso che si intravedeva fra le pieghe della tonaca. 

La chiesa era recente, ricostruita dopo i bombardamenti, con pitture che fingevano marmi e stucchi, inesistenti nella realtà. Il soffitto a cassettoni era disegnato con gigli oro su fondo blu e quadrati arcobaleno che si rincorrevano senza soluzione di continuità con un effetto finale di luogo festoso e allegro.

Lungo le pareti, figure di santi sconosciuti si mostravano in atteggiamenti differenti porgendo ai fedeli chi un libro, chi gli occhi in mano, chi un cilicio sanguinante o frecce evidentemente tolte dal petto nudo e ferito. Li guardavo cercando un indizio sul loro nome, ma non riuscivo a sapere nulla,  ero troppo timida per chiedere al parroco o alla nonna. Alcune scritte in latino avrebbero risposto alle mie domande, se io avessi conosciuto il latino.

Ero ancora piccola per studiarlo lo, ma l’anno dopo avrei rimediato, potevo aspettare.

L’abside a stento conteneva l’enorme altare, sproporzionato rispetto alle misure della chiesa. Le suore lo addobbavano solitamente fino al terzo ripiano con gladioli bianchi e foglie verdi. Nell’aria, in particolare  al sabato pomeriggio, il profumo dei fiori diventava intenso e rallegrava l’aria fredda, anche d’estate.

 

Mi piaceva anche l’odore dell’incenso che persisteva sospeso, e si mescolava al profumo dei fiori o a quello costoso della signora inginocchiata accanto a me.

 

          Avevo cominciato in autunno, durante una serie di conferenze dei giovani missionari che dall’alto del pulpito raccontavano le imprese presso lontani popoli affascinanti e misteriosi. Mi aveva colpito l’eroismo delle loro gesta, la forza che imprimevano ai racconti a volte bruschi. L’apoteosi fu una sera, dopo il racconto del missionario che mi aveva portato a sognare i popoli dell’Africa privi di ogni cosa e ignari del catechismo, quando la chiesa affollatissima si riempì di canti in latino che vibravano nel cuore. Il calore umano e l’intenso afrore di incensi e  di profumi mi avevano portata quasi in estasi e cantavo con tutte le mie forze le parole in latino delle preghiere, che da sempre ripetevo prima di dormire.

         Mi sembrava importante diventare utile per quelle persone sconosciute, povere e ignoranti, quindi, non conoscendo altro modo, decisi che avrei dedicato la mia vita agli altri. Iniziai a leggere le vite dei santi e a frequentare la chiesa, con grande gioia i mia nonna che era devota e molto religiosa. Dopo i missionari, avevo proseguito con le cerimonie del Natale, costringendo tutta la famiglia alla messa di mezzanotte e alla cena che ne era seguita.

         La chiesa divenne sempre più fredda, a volte si scorgevano le nuvolette di fiato e i cappotti che non tenevano abbastanza caldo. I Santi erano sempre lì, ma li osservavo poco, attenta a non lasciar passare alcun filo di freddo sotto la sciarpa. La neve interruppe per un poco la mia partecipazione alle funzioni, più per pigrizia che per difficoltà oggettive.

Oramai a Pasqua ero stanca e le ginocchia mi facevano male. La mia permanenza al primo banco della chiesa era diventato un supplizio e l’odore dell’incenso cominciava a darmi fastidio, costringendomi a starnutire improvvisamente nei momenti meno opportuni. Avvertivo l’odore di umido e chiuso che spesso aleggiava nell’aria e i raggi del sole scomparivano presto deboli e sottili.

    Anche le statue dei santi cominciavano a sembrarmi brutte e molto statiche. Lo sguardo di Santa Rita non mi seguiva più e Sant’Antonio  non si muoveva dal suo breviario.

A maggio andai alla recita del rosario indossando abiti freschi e il golfino blu che tanto piaceva alla nonna. Ebbi allora il permesso di fare un giro per le strade che circondavano la chiesa con le mie amiche, dopo la funzione, come premio. Il percorso era sempre il medesimo ma denso ogni sera di profumi, chiacchiere e risate. 

Ogni villetta aveva un giardino attentamente curato, traboccante di ortensie, gigli, calle dai lunghi steli e ogni tanto un tiglio in fiore, che aggiungeva un tocco di dolcezza e freschezza al profumo forte e pieno delle rose e delle peonie.

Una sera incontrai Piero, uno dei chierichetti che servivano la messa e che avevo già salutato un paio di volte. Usciva da una villetta e mi chiese se ero uscita dalla funzione. Arrossii. La domanda mi disturbò, avvertii un grande imbarazzo e per la prima volta, da mesi, desiderai non essere andata in chiesa tante volte.  Alcune sere dopo mi accompagnò a prendere il gelato, lasciai le mie amiche da sole, lui con la scusa della macchia di gelato mi toccò una guancia. Il mio cuore cominciò a battere sempre più forte, mi piacque molto. 

Quando mi propose di rivederci al campetto accettai felice. Speravo in un altro gelato e in un’altra carezza.

Così fu e l’idea di diventare santa si perse per sempre dentro un primo amore fatto di attese e confidenze.

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8 pensieri su “Santa ( racconto)

  1. Io da bambino volevo fare l’astronauta o il ladro: sull’eterogeneità di queste due aspirazioni la memoria mi tradisce e non ricordo più se ci fosse o meno un filo rosso che le univa. Voler essere astronauta nell’era di Yuri Gagarin e di John Glenn ha una sua logica intrinseca ed estrinseca del tutto comprensibile. Ma voler essere un ladro… che da bambino ingegnoso avessi capito quello che già da allora ribolliva sotto l’apparente opera al servizio del cittadino svolta dal Parlamento Italiano?

    Alla fine non ho fatto nessuna delle due cose, ma almeno la seconda carriera avrei potuto tentarla, e forse il mio conto in banca ne risentirebbe positivamente, ma probabilmente anche la mia oggi immacolata fedina penale, quindi va bene anche così.

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