Attacco alla diligenza

Ciò che accade ora in politica, le mille liste che si sono formate, dai verdi agli arancioni, fino alla classica Balena bianca, che dati i tempi è a dieta, con lo psiconano che traballa, tagliato o meglio appena rifilato dalle tv a causa dei rimbrotti altrui, mi pare un assalto alla diligenza vero e proprio. Dentro l diligenza ci siamo noi con le nostre vite, i nostri guadagni e i nostri problemi. Fuori  il caos più totale, perché ciò che conta è prendere il comando di quella diligenza, difendere i propri interessi e salvare il potere. Uno spettacolo indecente devo dire. La politica si sta svestendo degli ultimi strati di rispettabilità per diventare quello che è : una corsa senza fine contro i cittadini. La Chiesa, che ha prima aiutato Berlusconi e lui non ha fatto nulla per nasconderò, dietro quella velata minaccia dell’altro giorno: ” La Chiesa ricordi quello che è stato fatto per lei” ha deciso di allearsi con la balena bianca, in fondo era una sua emanazione. E allora per fare l’occhiolino ai moderati la Chiesa si esprime contro le donne in mille modi: Monti ci chiede di fare più figli, e le ideologie fasciste, quelle che ritengono la donna un mero oggetto di casa si allargano. E’ così ogni volta che ci sono le crisi economiche, in cui è indispensabile mandare a casa qualcuno che sappia governare la povertà: le donne. In sintesi direi che questo assalto alla diligenza è anche un assalto contro l donne, la loro libertà individuale e alcune conquiste già fatte che stanno perdendo di valore ( aborto ) . Ma tornando all’assalto alla diligenza non arriveranno i nostri a salvarci, a meno che non ci salviamo noi. Anche Grillo, il paladino del popolo ha deluso i suoi sostenitori e questo eleggere dei dilettanti allo sbaraglio mi pare pericolosissimo. Per guidare una macchina bisogna fare scuola guida e almeno conoscere i rudimenti. Perché per andare in Parlamento basta un video su Youtube? Assalto populista anche questo.  Che cosa rimane da fare a noi dentro la diligenza? Informarci su tutti e capire quali sono i programmi e se i programmi non ci sono non votarli. E che Manitù sia con noi!

I maschilisti con la tonaca

Un prete o meglio il prete responsabile di una parrocchia attacca un manifesto nella bacheca della parrocchia e dice papale papale che le donne provocano e quindi il femminicidio è anche colpa loro. Da qui emerge un doppia valutazione sui preti, nel caso singolo, ma spesso anche in generale : le donne o sono come Maria ( che tra l’altro ha avuto un figlio da padre ignoto) o sono come Maddalena prima della conversione: si dice anche che fosse la moglie di Gesù ma qui siamo sulle ipotesi. La scusa poi è che la natura dei maschi è violenta e quindi no devono essere stuzzicati. Perché se li stuzzichiamo loro hanno il diritto di arraparsi e violentare e uccidere. Povero Gesù chissà dove sta adesso, chissà cosa penserebbe se scendesse sulla Terra dopo che il Papa, suo rappresentante ufficiale dice che la Paca è minata dalle coppie gay e dall’aborto e un suo prete afferma che le donne provano e vogliono essere uccise. I maschi quindi sono incapaci di controllarsi e se per loro il sesso è lecito per le donne no. Perché? Siamo di una specie diversa e inferiore?

Il problema è serissimo e non c’è tanto da sorridere, perché l’idea della donna succube, obbediente, oggetto e proprietà di un uomo sta penetrando nella mentalità maschile in tutto il mondo. E noi donne dobbiamo combattere di nuovo affinché sia modificato questo pensiero. Le donne che  sono pari agli uomini fanno paura, mettono in dubbio quella superiorità maschile storicamente avvallata dalla proprietà. Ma oggi, che non ci sono grosse proprietà da mantenere esistono i figli e il senso del possesso. E se ci si mette anche la chiesa con i suoi rappresentanti diventa difficile smantellare questi preconcetti. Non frequento la chiesa e ogni volta trovo un motivo valido per non farlo.

Per saperne di più

La fine del mondo e il Natale Triste

Se domani sarà la fine del mondo addio a tutti e ciao ciao al futuro. C’è poco da dire. Se dopo le ore ?, non so quando, saremo tutti scomparsi è  stato un piacere avervi conosciuti ma finisce lì.

Se non sarà la fine del mondo ci  toccherà continuare a soffrire per il futuro, fra problemi di salute, denaro e amore ( sono le tre classiche domande dei tarocchi). La salute e l’amore vanno a random, il lavoro c’è e non c’è, parlo in generale naturalmente, io ancora ce l’ho. Ma c’è un sentimento, forse è meglio dire una sensazione di tristezza e poca gioia nell’aria che fa quasi paura. Prendo spunto da alcune riflessioni che mi ha inviato un amico. Sì ognuno di noi ha dei problemi, come sempre, ma quest’anno si sono fatti più pregnanti, dimorano stabilmente nei pensieri senza andarsene. E’ triste. Penso che per assurdo ero meglio lo scorso anni, ero piena di speranza, anche se sfinita, ero piena di progetti, di pensieri positivi. Ora complice il freddo e anche questa tristezza che aleggia su tutto sono più preoccupata e meno propositiva. A perte l’dea di andare a camminare, ma come dice il proverbio “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” o anche ” i pensieri della sera non sono mai quelli della mattina”.  Sì una cosa la desidero con grande intensità: calma e pace. La pace non c’è a causa delle guerre economiche e con le armi e non perché ci sono i gay o l’aborto come dice il Papa. Chissà con che vino aveva detto messa quella sera!  E la calma, il rispetto. Se solo queste due cose diventassero un modus vivendi saremmo a posto e il Natale Triste non ci sarebbe più.

L’albero ho dovuto farlo io ( dalle mie parti si tira a sorte e questa volta è toccato a me!) solo rosso  e verde, con due palline bianche. Di vetro. Spero che non si rompano!

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Santa ( racconto)

La domenica attendevo il suono delle campane con ansia, già pronta, calzettoni di pizzo bianchi e scarpe lucide, e mi precipitavo per giungere in tempo fino al primo banco, ansiosa di assistere alla cerimonia mentre restavo in adorazione delle statue e dell’altare per lungo tempo, tempo rubato ai giochi. Ma avevo deciso che dovevo diventare santa e per farlo dovevo pregare e restare in chiesa il più possibile.

   Volevo diventare santa e avere una statua in chiesa accanto a Santa Teresa del Bambin Gesù e Santa Rita da Cascia. Mi chiedevo come avrebbero risolto il problema del doppio nome, due sante Rita in una chiesa erano troppe.

     Restavo ore inginocchiata a rimirare le fattezze di gesso di Santa Teresa. Ogni volta mi chiedevo perché lasciavano la santa che dava il nome alla Parrocchia con la veste sbrecciata e non passavano una mano di vernice per coprire il biancore del gesso che si intravedeva fra le pieghe della tonaca. 

La chiesa era recente, ricostruita dopo i bombardamenti, con pitture che fingevano marmi e stucchi, inesistenti nella realtà. Il soffitto a cassettoni era disegnato con gigli oro su fondo blu e quadrati arcobaleno che si rincorrevano senza soluzione di continuità con un effetto finale di luogo festoso e allegro.

Lungo le pareti, figure di santi sconosciuti si mostravano in atteggiamenti differenti porgendo ai fedeli chi un libro, chi gli occhi in mano, chi un cilicio sanguinante o frecce evidentemente tolte dal petto nudo e ferito. Li guardavo cercando un indizio sul loro nome, ma non riuscivo a sapere nulla,  ero troppo timida per chiedere al parroco o alla nonna. Alcune scritte in latino avrebbero risposto alle mie domande, se io avessi conosciuto il latino.

Ero ancora piccola per studiarlo lo, ma l’anno dopo avrei rimediato, potevo aspettare.

L’abside a stento conteneva l’enorme altare, sproporzionato rispetto alle misure della chiesa. Le suore lo addobbavano solitamente fino al terzo ripiano con gladioli bianchi e foglie verdi. Nell’aria, in particolare  al sabato pomeriggio, il profumo dei fiori diventava intenso e rallegrava l’aria fredda, anche d’estate.

 

Mi piaceva anche l’odore dell’incenso che persisteva sospeso, e si mescolava al profumo dei fiori o a quello costoso della signora inginocchiata accanto a me.

 

          Avevo cominciato in autunno, durante una serie di conferenze dei giovani missionari che dall’alto del pulpito raccontavano le imprese presso lontani popoli affascinanti e misteriosi. Mi aveva colpito l’eroismo delle loro gesta, la forza che imprimevano ai racconti a volte bruschi. L’apoteosi fu una sera, dopo il racconto del missionario che mi aveva portato a sognare i popoli dell’Africa privi di ogni cosa e ignari del catechismo, quando la chiesa affollatissima si riempì di canti in latino che vibravano nel cuore. Il calore umano e l’intenso afrore di incensi e  di profumi mi avevano portata quasi in estasi e cantavo con tutte le mie forze le parole in latino delle preghiere, che da sempre ripetevo prima di dormire.

         Mi sembrava importante diventare utile per quelle persone sconosciute, povere e ignoranti, quindi, non conoscendo altro modo, decisi che avrei dedicato la mia vita agli altri. Iniziai a leggere le vite dei santi e a frequentare la chiesa, con grande gioia i mia nonna che era devota e molto religiosa. Dopo i missionari, avevo proseguito con le cerimonie del Natale, costringendo tutta la famiglia alla messa di mezzanotte e alla cena che ne era seguita.

         La chiesa divenne sempre più fredda, a volte si scorgevano le nuvolette di fiato e i cappotti che non tenevano abbastanza caldo. I Santi erano sempre lì, ma li osservavo poco, attenta a non lasciar passare alcun filo di freddo sotto la sciarpa. La neve interruppe per un poco la mia partecipazione alle funzioni, più per pigrizia che per difficoltà oggettive.

Oramai a Pasqua ero stanca e le ginocchia mi facevano male. La mia permanenza al primo banco della chiesa era diventato un supplizio e l’odore dell’incenso cominciava a darmi fastidio, costringendomi a starnutire improvvisamente nei momenti meno opportuni. Avvertivo l’odore di umido e chiuso che spesso aleggiava nell’aria e i raggi del sole scomparivano presto deboli e sottili.

    Anche le statue dei santi cominciavano a sembrarmi brutte e molto statiche. Lo sguardo di Santa Rita non mi seguiva più e Sant’Antonio  non si muoveva dal suo breviario.

A maggio andai alla recita del rosario indossando abiti freschi e il golfino blu che tanto piaceva alla nonna. Ebbi allora il permesso di fare un giro per le strade che circondavano la chiesa con le mie amiche, dopo la funzione, come premio. Il percorso era sempre il medesimo ma denso ogni sera di profumi, chiacchiere e risate. 

Ogni villetta aveva un giardino attentamente curato, traboccante di ortensie, gigli, calle dai lunghi steli e ogni tanto un tiglio in fiore, che aggiungeva un tocco di dolcezza e freschezza al profumo forte e pieno delle rose e delle peonie.

Una sera incontrai Piero, uno dei chierichetti che servivano la messa e che avevo già salutato un paio di volte. Usciva da una villetta e mi chiese se ero uscita dalla funzione. Arrossii. La domanda mi disturbò, avvertii un grande imbarazzo e per la prima volta, da mesi, desiderai non essere andata in chiesa tante volte.  Alcune sere dopo mi accompagnò a prendere il gelato, lasciai le mie amiche da sole, lui con la scusa della macchia di gelato mi toccò una guancia. Il mio cuore cominciò a battere sempre più forte, mi piacque molto. 

Quando mi propose di rivederci al campetto accettai felice. Speravo in un altro gelato e in un’altra carezza.

Così fu e l’idea di diventare santa si perse per sempre dentro un primo amore fatto di attese e confidenze.

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I Re soli

Vedo una linea semiretta non interrotta da punti che unisce i due Re della politica del momento. Nel punto A troviamo Grillo, all’estremo, nel punto B,  troviamo B. Ambedue sono proprietari del marchio del partito, ambedue utilizzano i media in modo molto raffinato e sapiente, ambedue cacciano chi non li segue, ambedue tuonano contro tutto e tutti mescolando cose serie a un populismo quasi nauseabondo. Se le proposte di Grillo possono essere più interessanti perché legate al rispetto dell’ambiente, quelle di B. fanno leva sulle emozioni di pancia della gente, parlando a un popolo ormai allo stremo che si attaccherebbe a qualsiasi corda pur di salvarsi. Ebbene, io sono molto critica con ambedue, anche se da punti di vista diversi, perché nessuno dei due utilizza la parola DEMOCRAZIA. Nel caso di Grillo il detto UNO VALE UNO non è vero. Pura demagogia. Ha giusto espulso dal non partito, (ma può cacciare via qualcuno da un non posto?) alcuni dei suoi critici. Dicendo chiaramente fuori dalle balle se non vi sta bene. La risposta è stata che questo non partito durerà non molto. Dell’altro si sono sprecati fiumi di tener e pixel quindi non ne dico nulla, anche perché oggi dice sì e domani dice no.

I due Re rimarranno soli, la lezione degli ultimi vent’anni è stata dura ma chiara: basta dittature.

Per approfondire Il fatto quotidiano

La profezia dei Maya manca di un frammento

Ho le prove certe, provate nei miei sogni, che i Maya quando  hanno scolpito nella pietra le parole che decretarono la fine del mondo il 21 dicembre 2012, per loro età futurista persero un frammento. Una forma quadrata, che l’apprendista Mahezkol dimenticò di copiare accanto alla profezia che conteneva la parola che avrebbe dato un senso a tutto. Anche i Grandi Sacerdoti rimasero sbalorditi leggendo la profezia, dopo che Unaustikal , un bambino genialoide che aveva predetto la fine del conteggio con le corde e l’arrivo del tablet, aveva riletto la frase a voce alta e aveva decretato che così era una bufala. Nessuno dei Grandi Sacerdoti voleva ammettere che ci fosse un errore, terrorizzati all’idea di rotolare giù dall’altare e finire lapidato. Perciò sancirono la correttezza della Profezia giustificando il buco con un indovinello a cui dovevano rispondere gli uomini del 2012. Unaustikal, che amava la perfezione scientifica, e a cui si deve il passaggio dalla caccia degli armadilli a quella dei semi di cacao, con cui comperare cibo già pronto.

Unaustikal dunque nascose il frammento dentro una piccola ansa del muro ( si sa che  i mattoni posati gli uni sull’altro provocano piccoli avvallamenti) e raccontò ai nipoti di questa cosa, per sincerarsi che non andasse perduta.

Ebbene, nei miei sogni, da un giorno vaga un Maya di dieci anni che tiene stretto un frammento  di muro scolpito e dipinto. A bene vedere si nota una scritta con l’impronta di un piede che in linguaggio Maya significa BE. Sono certa che la fine del mondo, economico, sarà determinata da un Be. Chi sarà questo nemico pubblico?

Alfabeto Maya
Alfabeto Maya

 

LIM ( lavagne interattive multimediali) in classe e altri progetti? Forse è meglio di no.

Ho letto un articolo che mi piace molto e anziché fare il link lo copio pari pari e lo approvo in pieno. Solo dagli insegnanti possono nascere osservazioni interessati, specialmente se amano il loro lavoro.

Appello perché bimbi e bimbe fino a 8 anni
siano liberi da schermi e computer nella scuola

di FRANCO LORENZONI, maestro elementare

Il Ministero dell’Istruzione progetta di portare in sempre più aule le LIM (Lavagne Interattive Multimediali), cioè schermi giganti collegati a un pc, in un momento in cui le classi si affollano sempre più di bambini – fino a 30 e 31 – e quando è assente un insegnante spesso si accorpano e il numero cresce. A partire dal prossimo anno, inoltre, i libri di testo cartacei saranno progressivamente sostituiti con supporti informatici da leggere su tablet.
Tutto ciò avviene in un contesto in cui, con la diffusione di I-phone e cellullari dell’ultima generazione, genitori ed adulti sono ovunque e sempre potenzialmente collegati alla rete, dunque sconnessi o connessi solo a intermittenza con i bambini che hanno vicino.
Ben prima del diluvio tecnologico, dilagato in ogni casa e ogni tempo, bambine e bambini si sono trovati a fare i conti con adulti distratti. Ciò che sta cambiando radicalmente e rapidamente è che ora, nel reagire alle consuete distrazioni adulte, bambini anche molto piccoli trovano facilmente anche loro attrazioni altrettanto potenti.

Le industrie, per vendere, escogitano marchingegni sempre più attraenti, maneggevoli e sofisticati, rivolti a bambini sempre più piccoli. Ai genitori, spesso immersi anche loro nel grande gioco virtuale onnipresente, molte volte fa comodo che un figlio abbia a disposizione un gioco elettronico o un cellulare, perché diventa muto e trasparente e può restare interi pomeriggi tranquillo, perché completamente immerso in uno schermo interattivo.
Il risultato è che i bambini sono sottomessi, fin dalla più tenera età, ad un bombardamento tecnologico senza precedenti e si moltiplicano le ore che, anche da molto piccoli, passano davanti a schermi di ogni misura. Chi prova ad opporsi sa quali battaglie quotidiane deve combattere in casa per limitare l’uso compulsivo di play station e videogiochi sempre più accattivanti. L’attaccamento a schermi grandi e piccoli ha tutte le caratteristiche di una droga, perché ormai nessuno può più nutrire dubbi sulla dipendenza che crea.
La scuola, in questo contesto, deve affrontare con intelligenza e sensibilità la questione, rifiutando di appiattirsi sul presente e seguire l’onda. L’illusione che, di fronte a bambini sempre meno capaci di attenzione prolungata, li si possa conquistare lusingandoli “con gli strumenti che a loro piacciono” è assurda e controproducente.

Faccio una proposta e un appello: liberiamo bambine e bambini, dai 3 agli 8 anni, dalla presenza di schermi e computer, almeno nella scuola. Fermiamoci finché siamo in tempo! La Scuola dell’Infanzia e i primi due anni della Scuola Primaria devono essere luoghi liberi da schermi.
Non ho nulla contro la tecnologia (che tra l’altro può essere di grande aiuto per i bambini che hanno bisogni educativi speciali, come nel caso della dislessia), ma è necessario reagire alla troppa esposizione tecnologica dei più piccoli. L’uso di computer e supporti informatici va introdotto, con gradualità e cautela, solo dopo gli 8 anni. L’ingresso nel mondo e il primo incontro con le conoscenze è cosa così delicata da meritare la massima cura e un’aula dotata di un grande schermo cambia la disposizione dello spazio e della mente.
Bambine e bambini hanno bisogno del mondo vero per nutrire i loro pensieri e la loro immaginazione. Hanno bisogno dei loro corpi tutti interi, capaci di toccare con mano le cose e non essere ridotti solo a veloci polpastrelli. Hanno bisogno di sporcarsi con la terra piantando, anche in un piccolo giardino, qualche seme che non sappiamo se nascerà. Hanno bisogno di essere attesi e di conoscere l’attesa, di sviluppare il senso del tatto e gli altri sensi e non limitarsi al touch screen. Se lasciamo che pensino che il mondo può essere contenuto in uno schermo, li priviamo del senso della vastità, che non è riproducibile in 3D. Gli altri e la realtà non si accendono e spengono a nostro piacimento.

I primi anni di scuola rischiano di trasformarsi in un tempo dove regna l’irrealtà. Ma i bambini hanno un disperato bisogno di adulti che sappiano attendere e accogliere le parole e i pensieri che affiorano, che siano capaci di ascoltarli e guardarli negli occhi. Hanno bisogno di tempi lunghi, di muovere il corpo e muovere la testa, di dipingere e usare la creta; devono poter essere condotti ad entrare lentamente in un libro sfogliandolo, guardando le figure e ascoltando la voce viva di qualcuno che lo legga. E cominciare a scrivere e a contare usando matite, pennelli e pennarelli, manipolando e costruendo oggetti per contare, costruire figure ed indagare il mondo. Hanno bisogno di guardare fuori dalla finestra il sole che indica il tempo e i colori della luce che cambiano col passare delle nuvole. Hanno bisogno di scontrarsi e incontrarsi tra loro in quel corpo a corpo con le cose e con gli altri, così necessario per capire se stessi. Tutto questo davanti a uno schermo NON SI PUO’ FARE!
Scuole dell’Infanzia e Scuole Primarie in questi anni sono state uno dei pochi luoghi pubblici in cui gli immigrati hanno trovato in molti casi spazio e accoglienza. La scuola italiana è tra le poche in Europa che cerca di integrare i disabili. La convivenza non è un insegnamento, ma una pratica difficile e quotidiana, che richiede spazi, tempi e strumenti adatti. Se una generazione di giovani insegnanti entreranno in scuole dotate di LIM e tablet inevitabilmente, inesorabilmente, si troveranno a fare cose che fanno male ai bambini, dimenticando ciò che è essenziale, semplice e difficile a farsi.
I neonati nel nuovo millennio li si usa chiamare nativi digitali. La sorte dei nativi, in molti continenti, è stata segnata da colonizzazioni violente e distruttive, giustificate in nome della civiltà e del progresso. Evitiamo che anche i nostri piccoli nativi siano colonizzati precocemente e pervasivamente da tecnologie che, nei primi anni, impoveriscono la vita e l’immaginario infantile.