Terremoto, chiacchiere e vita al mercato rionale

I terremotati, i nostri intendo, hanno fatto una fuga in città per una canadese, un giorno di tregua, un saluto ai parenti e una sana dormita. Perché le city car non bastano a contenere comodamente corpi ormai sfiniti dal tremore continuo di una terra diventata matrigna.

Infilo in tasca il cellulare e la signora delle lane e delle stoffe racconta delle sue notti solitarie, abbandonata da tutta la famiglia che preferisce l’auto a un letto precario sotto un tetto più precario. Gente che abita al confine fra le terre terremotate e quelle ancora in piedi. Gente che scampa alla casa che si crepa mortalmente e poi muore per un cornicione caduto per caso altrove. Anche questa è una morte del terremoto.

Fra abiti nuovi o usati a due euro e cinture di pura plastica mistificate cuoio e l’odore del pesce fritto alle nove di mattina, a ricordare che si deve mangiare per vivere, camminano i giovani con stampelle che accompagnano movimenti disarmonici dovuti ad arti artificiali. Una bella ragazza, a braccetto di un uomo alto, forse il suo fidanzato, tocca una tela sottile di gonna colorata. Pare pensarci su un attimo, poi lo sguardo si incupisce e tira dritto. Per lei le gonne, almeno per ora sono impossibili da portare. Mi piace però l’indifferenza della gente che non squadra la giovane la cui andatura è evidentemente artificiale. Scorrono accanto a lei, consapevoli che non è la prima e nemmeno l’ultima che trascorre qualche ora fuori dal centro dell’Inail, dove si mettono gambe e braccia tecnologiche per continuare a vivere.

Una ragazzina cammina lentamente osservando un tenero abitino a fiorellini e disegni post moderni. Si ferma : Tira la madre per un braccio. La madre, paziente si volta, sospira e dice: “I tempi del bengodi sono finiti, bella, andiamo a prendere le patate.” La ragazzina si strofina gli occhi e prosegue guardando dritto davanti a sé.

Per vivere nonostante tutto

 

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