Ho finito il romanzo, ma…

Avevo scritto la parola fine al romanzo. Finalmente! Lo devo  rivedere ancora, sicuro,  pagine e pagine da rileggere  e libri da consultare , informazioni da controllare. Ogni volta ci sono parti che non mi convincono, da limare e aggiustare. Non sono una scrittrice giovane, ho cominciato tardi, quando altri , forse, si fermano. Un amore tardivo, si direbbe, ma l’emozione che provo rileggendo è  impagabile. La parte che amo di più è documentarmi, con   l’idea in embrione  che crescerà, a volte da sola. Amo scrivere e leggere romanzi storici o almeno legati alla storia, recente o antica, non importa. Mentre sto rimettendo mano alle pagine già scritte, penso ai nuovi personaggi, questa volta divertenti, ironici. C’è bisogno di ironia per sopravvivere.

Sabato ho partecipato alla festa di chiusura della associazione Griselda, di Certaldo. Si è chiuso un pezzo delle mie emozioni. Donne stupende, di uomini  ce ne sono meno, in verità, incontrate in una cornice splendida, sorprese artistiche e letterarie che si sono inseguite per un decennio. Ho conosciuto persone molto diverse, come sempre avviene, ho parlato di tutto, dell’infinito e del giallo, di economia, di amore, di vita. Una bella esperienza. Conservo i libri pubblicati, con anche i miei racconti. Nell’ultimo volume, dal titolo Noi che ci siamo scritte…, si sono, ma con un brano recente, crudo e duro della mia esperienza.Perché la vita sorprende e mette alla prova. Superata la prova, per ora.

In questi anni ho imparato molto sulla scrittura e due cose in particolare, che ci vuole pazienza e ci vuole costanza. Pazienza ne ho da vendere, costanza sta aumentando. Con un duro e severo esercizio che a volte si scontra con l’impazienza e la fretta, con risultati imprevedibili.

 

I nostri ricchi non sono tedeschi

Già, ci si chiede come fa la Germania a essere messa meglio economicamente dell’Italia. Perché i tedeschi  stanno meglio e hanno una crisi meno forte? Perché sono un popolo solidale, almeno in questo frangente. I ricchi tedeschi chiedono di contribuire con una tassazione più forte sui loro patrimoni, per aiutare il momento critico. I nostri ricchi pensano sia una stupidaggine e si credono furbi a non farlo. Provo un certo fastidio, inutile negarlo.  Mi sembra una manovra da pezzenti quella che è uscita ieri da otto ore otto di incontro fra l’egonano, ilceloduro ma non troppo e il ragioniere con il pallottoliere e  la loro truppa.  Penso che l’Italia è in mano  a quei tre e mi viene la pelle d’oca. Tre che fino ad oggi non sono riusciti a fare nulla per la nazione, solo a togliere ai soliti.  Anche un bambino capisce che così non se ne esce e che tra poco sarà ancora peggio, senza una vera politica di crescita economica. Manovra di piccolo cabotaggio e tanti privilegi. C’è chi brinda, ma non so per quanto. speriamo di non trovarci a stare come la Grecia. Lì avevano truccato i bilanci, ma anche qui non si scherza! Mancano quattro miliardi. Dove li troveranno? Una tassa sui possessori di animali , tranne le mucche che sono protette dalla Lega?Ma non era meglio tassare i grandi patrimoni una volta per tutte?

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Caldo

Dire che fa caldo è un eufemismo. Si bolle. Per mille motivi e non solo per il calore del sole che sta prosciugando le ultime stille di acqua dal terreno.  Si bolle per quello che non succede, per le frasi che dicono i politici sulla crisi, prima negata e ora fatta pagare da chi non si può difendere. Una giostra, mi sembra una giostra impazzita, dove i giostrai cercano di attirare l’attenzione urlando venghino, venghino.

E ti rifilano delle patacche. Il frutto di  giochi di luce e specchi nascosti, dove la verità non esiste. Perché non sono capaci di fare niente, solo prendere e mai costruire o dare indicazioni, portare avanti un progetto valido per l’economia. Sono incapaci. Noi siamo in questo circo e stiamo osservando, increduli, i loro giochi.Che giochi non sono, basta vedere che cosa è successo in Grecia. Il peggiore mi sembra Calderoli, oggi ha proposto di togliere le pensioni di reversibilità, perché chi ne gode non ha mai lavorato. Infatti casalinghe , invalidi e handicappati non lavorano. Certo che a trecento euro al mese, se va bene, c’è da salvare altro che lo Stato Italiano, anzi l’intera Europa. Propongo altre tasse :

chi possiede pesciolini rossi, chi possiede il triciclo, chi usa la bicicletta per sport, sai quanti soldi si possono fare con i pensionati che girano su e giù per le strade chiusi dentro le tutine professionali!, metterei una tassa a chi ascolta musica fuori dalle discoteche o a chi cucina la parmigiana di melanzane la domenica. Inoltre propongo che venga messa una tassa anche sulla preparazione della conserva di pomodoro casalinga. Ora è stagione. Andiamo più sul sicuro piuttosto che a tassare i ricchi, gli evasori fiscali o a ridurre il numero dei politici.Ce ne ricorderemo alle prossime elezioni.

Lezione di musica- racconto

Un convento, l’istituto magistrale aveva sede in un convento e come tutti i conventi aveva il chiostro. Bello, grande, con i capitelli, il pozzo e la Presidenza. E in fondo l’aula della classe terza E.La sezione E notoriamente era la sezione dove i professori cambiavano spessissimo, anche i supplenti, che pure avevano bisogno di  lavorare. A causa della vivacità di noi studenti avevano trovato un’aula apposita, per permettere al Preside o al Segretario di intervenire prontamente, quando anche Otello, il bidello grande come un armadio, non riusciva a calmare gli animi. Quella mattina attraversai di corsa il lunghissimo corridoio e mi affacciai sul chiostro ansimante, come sempre all’ultimo secondo, ma avevo ancora qualche speranza di non entrare nel “Purgatorio” l’aula dei ritardatari. La porta della sezione E era aperta, la lezione di musica non era ancora iniziata.Il mio posto era l’ultimo della prima fila. Il muro era il cuscino dove appoggiavo la testa nei momenti più noiosi delle lezioni. Non dormivo veramente, mi allontanavo dalla situazione e fantasticavo. Il freddo era così pungente che decisi di tenermi la sciarpa. Mi accomodai e controllai la presenza dei compagni. I cinque maschi erano allegri come sempre, le compagne, chiacchieravano mostrando il diario zeppo di fotografie e scritte. Si aspettava la supplente di musica, la quarta dall’inizio dell’anno. Don Martini, la settimana precedente, prima della lezione di Religione, aveva detto:“Ragazzi, ma che fate ai professori di musica che si ammalano tutti?” Non si faceva niente, nel senso più stretto della parola.

Entrò  una giovane donna avvolta in un cappotto marrone, alcuni libri di musica in mano fra cui il libro di testo e la borsetta  a tracolla. Era piccola, minuta e quando Orsini, con i suoi due metri si alzò per l’appello sembrò più piccola ancora.“Qui ci sono dei maschi?” disse sorridendo benevolmente ”In un istituto di sole donne siete in minoranza!”Ecco, se c’era una cosa che i maschi dell’Albini non sopportavano era rimarcare la loro presenza in un istituto femminile. Relegati nella sezione A ed E erano una ventina in tutto, molto suscettibili e vendicativi e idolatrati dalle compagne.Alcuni avevano girato tutte le scuole della città, altri erano militari di una caserma, che raccoglieva atleti in odore di Olimpiadi. Orsini era uno specialista di salto in lungo e spesso non faceva i compiti perché si allenava, Leoni invece aveva messo insieme tre bocciature fra liceo e tecnico.   Erano ragazzi già adulti, abituati a vivere la loro vita, con l’obbligo di  prendere un diploma.  Alle parole della prof osservai i loro visi che, dopo un attimo di perplessità, s’illuminarono. Vendetta.  Con un gioco di sguardi si cominciò la battaglia contro la malcapitata, ignara di quello che sarebbe accaduto.

La professoressa  aprì il libro di musica e ci chiese di  fare altrettanto. La pagina  richiesta  era fitta di  righi e note musicali, alfabeto sconosciuto ai più della classe. Lei, visibilmente colpita dal silenzio che ne seguì, pensò di farci cantare il brano musicale. Alla sua voce lieve e intonata, si unirono altre voci profonde, da baritono, mentre ad un cenno di Orsini cominciammo a spostare in avanti i banchi, e le sedie, silenziosamente, centimetro per centimetro. Restavo muta per il mal di gola incipiente mentre i compagni snocciolavano tutto il repertorio delle canzoni più conosciute, ma evidentemente non scritte sul nostro libro. Dopo un accenno a  “Dio è morto”, subito zittito dalla sempre più spaventata professoressa, iniziarono i mazzolini di fiori e quanto di più popolare poteva uscire dalle nostre gole. Anche io spingevo lentamente la sedia e il banco in avanti, finché non mi trovai incastrata fra Donatella e Luciano, che cantavano a squarciagola “Fra martino campanaro”. La cattedra, sopraelevata dalla predella appariva una zattera in mezzo al mare di banchi sempre più vicini e minacciosi. Al canto di Santa Lucia non restava alcun passaggio libero per arrivare alla porta. La professoressa spaventatissima cominciò a urlare con quanto fiato aveva in gola, ordinandoci di tornare a posto. Inutilmente.

Richiamati dalle urla Il Preside e il segretario cercarono di aprire la porta bloccata dai banchi… Il segretario strillò ad Orsini di aprire la finestra, di smetterla con quella farsa. Dopo qualche strascico di risata e qualche accenno  a “ Fratelli d’Italia” i banchi tornarono al loro posto. Naturalmente Donatella disse di essere stata costretta a partecipare, iscrivendosi  volontariamente nella lista delle prossime vendette. Ridendo a più non posso ed evitando di guardare la malcapitata che appena possibile uscì di corsa, anche se mancava ancora mezz’ora alla fine della lezione, rimisi a posto il mio banco.

Il Preside si sedette alla cattedra e cominciò a parlare di Catullo. Chiusi gli occhi e sognai una bella manifestazione con il biondino del Tanari. Fui punita, come tutti, una settimana senza ricreazione in cortile, solo in classe, mentre i compagni giocavano a briscola e le mie amiche si truccavano raccontando di qualche spasimante della quarta. Fino a gennaio non si presentò nessuno, poi finalmente venne un trombettista,  ci portò subito in palestra  dove subito i maschi ruppero un vetro giocando a basket. Io restai seduta a farmi le unghie e a spettegolare con le compagne di quelle  smorfiose di quarta. Preso il diploma ho lavorato e lavoro ancora nella scuola cercando di sorridere.

 

Era meglio se diventavo una delinquente o una puttana

In questi giorni , sul tavolo sacrificale della crisi, si sta uccidendo l’unica vittima raggiunta: il dipendente statale. La caccia, ormai aperta, per impallinare e ridurre alla povertà assoluta il dipendente statale, insultato e offeso in ogni possibile modo, è ormai all’acme.  Appartengo a questa categoria, sono al limite della pensione e ho avuto questo posto dopo regolare concorso pubblico: sono arrivata entro i primi duecento su tremila. Mi sono messa  a studiare con famiglia e figli a carico e altre amenità, di quelle che rendono la vita complicata. Ho lavorato  fin dall’inizio senza un periodo di maternità o altro. Un mulo, insomma. Mi sono aggiornata praticamente una volta all’anno, ho adeguato il mio lavoro ai cambiamenti sociali, a volte di moda, mi sono tenuta al corrente, spendendo fortune in libri e tecnologia, per sentirmi adeguata ai cambiamenti. Ebbene ora sono qui , con un piede di là, e l’altro di qua e la netta sensazione di avere sbagliato tutto nella vita. Non è tanto il blocco degli scatti, il tfr rimandato di due anni, lo scalone dello stipendio che non c’è più. E’ la sensazione di essere vissuta come una delinquente, una ladra, una che ha rubato allo stato ogni stipendio, ogni emolumento, scarso  e striminzito, caduto nella mia busta paga. Ebbene avverto che si parla con più rispetto dei trans o di quelli che hanno portato i soldi all’estero, in nero e si sono scudati. Siamo più dispezzati dell’artigiano che si è fatto la villa con i nostri soldi o del colluso con la mafia. Ma questo non basterà a ridurre la spesa nello stato e a organizzare meglio il lavoro: tutto questo disprezzo serve solo a giustificare i comportamenti  sbagliati e quelle sacche di  furbastri che ci sono , ma che nessuno ha intenzione di snidare, anche se si conoscono per nome e cognome. Ma i capi con fanno  e nn faranno nulla.

Ora andrò al lavoro sapendo per certo che nessuno ha intenzione di valorizzare quello che faccio, lo sapevo già, ma ora è legge, e quindi sono autorizzata a non fare e a cercare fra le maglie della legge tutto quello che può servire per lavorare meno. Tanto peggio di così!

Era meglio se andavano a Lourdes

Data la situazione economica era molto meglio se i deputati andavano a Lourdes, alla ricerca del miracolo per salvare l’Italia. Avrebbe avuto un senso il pellegrinaggio. Con tutto quello che sta succedendo in questi giorni se ne vanno in Israele a fare una gita giusto in settembre, prima di ricominciare, non potevano andare dal venti agosto in poi, no, a settembre. Tanto per tenerla lunga. Non c’è un minimo di rispetto verso di noi in queste storie da bassissimo impero.

E la faccia con cui cercano di spiegare le loro scelte! Lo sanno che sono al capolinea e che non si sa che cosa sarà in autunno, però potrebbero almeno far finta di…a cominciare da Lupi, che mi sembra affamato  di gloria e di denaro. Ha sottolineato che i deputati si pagano i biglietti di tasca loro. Sarà questo il miracolo? Che per una volta hanno aperto il loro portafoglio e non il nostro per farsi una gita? Veramente non si sa più che cosa dire. Vergogna non basta, poi vengono in mente molte parolacce e si fa finta di niente. Ma ce ne ricorderemo, a settembre, al ritorno al lavoro, sempre se lo avremo ancora. Sinonimi di vergogna:disagio, genitali, ignominia, imbarazzo, pudore, scandalo,sconcezzatimore. Opto per sconcezza, i genitali li terrei per una imprecazione collettiva.

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